Acqua: la causa delle guerre del XXI secolo

Pubblicato il 19 Novembre 2009 8:54 | Ultimo aggiornamento: 19 Novembre 2009 8:57

L'Eufrate, in Iraq, in secca

Era il 1995 quando il vicepresidente della Banca Mondiale, Ismail Serageldin, espresse una previsione inquietante: «Se le guerre del ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del prossimo secolo avranno come oggetto del contendere l’acqua».

Quindici anni dopo, appare evidente quanto avesse ragione. I conflitti per la gestione dell’oro blu non appartengono più al regno della fantapolitica, ma a un domani che si fa sempre più vicino, soprattutto a causa del riscaldamento globale che sta causando il prosciugarsi di moltissimi bacini idrici e promette stagioni sempre più calde e a rischio siccità.

Una previsione che va ad aggravare la già critica situazione di molti Paesi – dal Messico al Bangladesh – che sfruttano per il proprio approvvigionamento corsi d’acqua che nascono al di fuori dei loro confini e sui quali non possono avere il pieno controllo.

Le aree a rischio disegnano una mappa che si fa incandescente soprattutto in Medio Oriente (con Israele, Giordania e Palestina a contendersi il fiume Giordano; Israele e Siria a dividersi il mar di Galilea; Turchia, Siria e Iraq a spartirsi l’Eufrate), in Africa (con Egitto, Sudan e Etiopia in competizione per il Nilo; Senegal e Mauritania per il fiume Senegal) e in Asia (con India e Bangladesh in lotta per il bacino dell’Indo e Iran e Afghanistan per quello dell’Helmand). Ma i corsi fluviali che toccano contemporaneamente le frontiere di più Paesi sono almeno 200 e 19 di questi attraversano addirittura 5 Stati.

La zona più calda è sicuramente il Medio Oriente, che insieme con il Nord Africa comprende, secondo quanto riportato dalla Green Cross International, il 5 per cento della popolazione mondiale ma solo l’1 per cento delle risorse idriche della Terra. I già poveri bacini dell’area, inoltre, risultano divisi tra Paesi che – soprattutto dalla nascita di Israele – sono in conflitto tra loro anche per motivi politici e militari. Ogni guerra arabo-israeliana, infatti, ha avuto tra i suoi obiettivi anche quello del controllo sulle acque.

Particolarmente difficile è la gestione del fiume Giordano, la principale risorsa idrica della regione, il cui bacino comprende Libano, Siria, Israele e Giordania. E la Siria è coinvolta, insieme con Turchia e Iraq, anche nel conflitto per il Tigri e l’Eufrate, i due grandi fiumi che, un po’ come il Nilo in Egitto, hanno segnato la nascita e la sopravvivenza di civiltà millenarie. Anche in questo caso il conflitto è nato dalle decisioni di costruire dighe o canali di deviazione, soprattutto per sostenere l’agricoltura.

Non stupisce, dunque, che nella cronaca più recente comincino ad affacciarsi le prime avvisaglie di possibili, future guerre. Il 13 novembre – come riportato dal quotidiano di Amman “Al-Arab Al-Yawm” – Ghazi-al-Rababah, professore di scienze politiche giordano, ha dichiarato che tra qualche anno Israele potrebbe dichiarare guerra al Libano e all’Egitto per il controllo del fiume Litani.

Storicamente, fin dagli anni ’40, Israele ha cercato di inserire il fiume nel proprio territorio e durante l’occupazione del sud del Libano (tra il 1978 e il 2000) ne ha deviato il corso, rubando, secondo Al-Rababah «centinaia di milioni di metri cubi d’acqua».

Nonostante Israele stia oggi cercando di supplire alla carenza d’acqua che lo affligge costruendo numerosi impianti di desalinizzazione (che dovrebbero diventare operativi nel 2013), Al-Rababah sostiene che entro sette anni Tel-Aviv potrebbe, in alternativa, scatenare un conflitto con l’Egitto per il controllo del Nilo.

Affermazioni simili, ma riferite a un altro stato “assetato”, lo Yemen, sono state fatte recentemente da Hosny Khordagui, capo del Programa di Sviluppo delle Nazioni Unite per il “Water Governance Program” negli Stati Arabi. In un’intervista al “Times”, Khordagui ha sottolineato il rischio che la scarsità d’acqua nello Stato che diede i natali a Osama Bin Laden possa spingere le organizzazioni fondamentaliste ad attaccare altri Paesi del Corno d’Africa o del Mar Rosso. La lista dei nemici, in questo caso, vedrebbe al primo posto l’Arabia Saudita.

Un’altra zona calda è poi quella che fa da sfondo allo scorrere del fiume Nilo, senza il quale la popolazione egiziana (che vive soprattutto lungo le sue coste) sarebbe a rischio sopravvivenza. Ma se nell’immaginario collettivo il Nilo è unicamente legato all’Egitto, la realtà parla invece di un bacino idrografico che comprende dieci diversi Paesi. Non solo l’Egitto, dunque, ma anche il Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Kenya, l’Uganda, la Tanzania, il Ruanda, il Burundi e la Repubblica democratica del Congo.

Ognuno di questi Paesi vuole esercitare il diritto sovrano di costruire dighe con impianti idroelettrici e di utilizzare liberamente le acque presenti entro i confini nazionali. Progetti che violano, però, gli accordi internazionali del tutto favorevoli all’Egitto, che gli assegnano 55,5 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, contro i 18, 5 del Sudan. Tutti gli altri Paesi, all’epoca dei trattati ancora sotto regime coloniale, non hanno partecipato alla spartizione. E ormai da anni chiedono di poter riaprire la partita per stabilire delle quote più eque.

Anche fuori dall’Africa le cose non cambiano molto. E’ il caso, ad esempio, del Mekong, il fiume indocinese che nasce in Tibet e scorre in Cina, Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam. Dopo decenni di collaborazione, negli ultimi anni i rapporti tra questi Paesi si sono incrinati di nuovo a causa dei progetti di dighe, messi a punto sull’alto corso del fiume soprattutto dalla Cina. Che non sembra aver intenzione di fare marcia indietro, continuando così a ipotecare i rapporti con gli Stati vicini.

Ed è sempre una diga a seminare zizzania tra India, Bangladesh e Nepal, che si dividono le acque del Gange. Un contenzioso iniziato già nel 1951, quando Delhi decise di costruire la diga di Farakka, a monte di quello che allora era il Pakistan orientale. Nonostante India e Bangladesh abbiano firmato un trattato che lascia all’ex Pakistan orientale metà dell’acqua che arriva alla diga di Farakka, la disputa sulle acque del Gange non è ancora stata definitivamente archiviata. Lo prova un recente articolo apparso sul “Pakistan Observer” lo scorso 30 ottobre, che denuncia la “sentenza di morte” a cui l’India, con quella diga, avrebbe condannato l’economia bengalese.

Oltre il Pacifico, poi, nel continente americano, rimane sempre critica la disputa tra Stati Uniti e Messico per il Colorado. Una contesa che si è riaccesa negli ultimi anni, quando il Messico si è trovato con molta meno acqua nel tratto di fiume entro i suoi confini a causa delle grandi dighe o dei canali di deviazione che gli Stati Uniti hanno costruito più a monte, con gravi danni all’ecosistema, all’economia e all’agricoltura del Messico.

La situazione globale appare dunque segnata da numerosi focolai di tensione che, con l’aggravarsi dei problemi connessi al riscaldamento globale, potrebbero esplodere nei prossimi anni.