Affitti: per Bankitalia aumentano dell’80%, per l’Istat del 23. I consumatori: “Dati scorretti”

Pubblicato il 11 Marzo 2010 15:03 | Ultimo aggiornamento: 11 Marzo 2010 15:03

Banca d’Italia e Istat sono in disaccordo sull’aumento degli affitti. Mentre Palazzo Koch, in una sua indagine, afferma che i rialzi tra il 1998 e il 2006 sono compresi tra il 40 e l’80 per cento, l’istituto di statistica si tiene molto più basso: l’aumento sarebbe del 23 per cento. Stime troppo differenti fra di loro per non creare discussioni in merito. Le associazioni dei consumatori parlano di “dati scorretti”, a proposito delle stime fin troppo ottimistiche dell’Istat.

Ma sono gli stessi autori della ricerca di Bankitalia che precisano i motivi delle differenze così evidenti: “È verosimile che tale differenza – sostengono Concetta Rondinelli e Giovanni Veronese – dipenda dalla maggiore reattività delle nostre stime alla dinamica dei nuovi contratti di locazione, che avrebbero risentito del sensibile rincaro delle quotazioni immobiliari registrato in questi anni, diversamente dai contratti già in essere, il cui adeguamento è per legge vincolato dall’incremento complessivo dell’Ipc (indice generale dei prezzi al consumo)». Insomma, una differenza di “procedura”. L’indice dell’Istat si basa su una serie di contratti che segue anno per anno nella loro evoluzione. Diversa è la questione dei nuovi contratti, che registrano in misura di gran lunga maggiore i rincari del mercato. E quindi, come spiegano gli autori della ricerca della Banca d’Italia, c’è “una sottostima da parte dell’Istat”, collegata in particolare alla “scarsa rappresentatività dei nuovi contratti”.

“L’andamento del loro indice è molto legato all’inflazione – sottolinea Concetta Rondinelli – Non tiene conto dei contratti nuovi, nei quali il nuovo proprietario impone canoni molto più alti. Ecco perché si passa da un aumento del 23, rilevato dall’Istat tra il ’98 e il 2006, a uno del 78 per cento, rilevato invece dall’associazione dei Consulenti immobiliari e dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia del Territorio. L’Omi, al contrario, tiene conto solo dei contratti di nuova stipulazione”.

E proprio qui sta la differenza, replica l’Istat: “La rilevazione dei prezzi al consumo – spiega Mauro Politi, responsabile del servizio prezzi dell’Istituto – considera un campione di circa 8.200 contratti di affitto che vengono seguiti mensilmente. Nel corso dell’anno gli eventuali cambiamenti di locatario, con possibile modifica del canone di affitto, vengono rilevati nel caso in cui l’intervallo di tempo tra il vecchio contratto e un nuovo subentro non sia eccessivamente lungo. Comunque, c’è da tenere presente che, rispetto al numero complessivo di affitti in vigore, i nuovi contratti rappresentano certamente una quota molto ridotta”.