Ammortizzatori, va bene a (pochi) disoccupati, male a chi è in mobilità

Pubblicato il 14 Marzo 2012 9:33 | Ultimo aggiornamento: 14 Marzo 2012 11:27

ROMA – Prima al nord e poi al sud: l‘Aspi, l’Assicurazione sociale per l’impiego che sostituirà parte degli attuali ammortizzatori, arriverà prima per i lavoratori settentrionali, dall’anno prossimo, e solo dal 2014 riguarderà anche i lavoratori meridionali.

L’assicurazione verrà erogata a tutti i lavoratori dipendenti privati e pubblici con contratto a tempo determinato, andando a sostituire l’indennità e gli incentivi di mobilità, la disoccupazione per apprendisti e l’una tantum per i co.co.pro.. Restano invece la cassa integrazione ordinaria e quella straordinaria per le ristrutturazioni aziendali.

Secondo la tabella consegnata dal ministro del Lavoro Elsa Fornero alle parti sociali, la maggior parte dei lavoratori nel 2013 continuerà a percepire l’indennità di mobilità, ma per un periodo inferiore rispetto all’attuale: 18 mesi (invece degli attuali 24) per i quarantenni (al Sud la durata della copertura passa da 36 a 30 mesi), mentre per i cinquantenni si passa da 36 a 30 (al Sud da 48 a 40 mesi).

A perderci rispetto alla situazione attuale, saranno i lavoratori che, oggi, avrebbero diritto all’indennità di mobilità. Ci guadagneranno invece alcuni di coloro che oggi si avvalgono dell’assegno di disoccupazione e di altre indennità minori.

L’Aspi sarà versata per 12 mesi (a regime 18 per gli over 55) e con importi lordi massimi (per il primo semestre, poi destinati a ridursi) di 1.119 euro al mese. L’attuale mobilità dura molto più a lungo e copre molto di più.

Ci perderanno anche tutte le fasce d’età sopra i 40 anni. A vedersela peggio saranno i lavoratori meridionali con più di 55 anni: loro, rispetto al sostegno attuale, perderanno due anni e mezzo di copertura (da 48 mesi a 18). “L’Aspi è più conveniente dell’attuale disoccupazione e meno conveniente dell’indennità di mobilità”, ha sintetizzato il segretario generale aggiunto della Cisl Girogio Santini.

Gli fa eco Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil: “A rimetterci è soprattutto chi ha fatto part-time o ha cambiato lavoro”.

Per quanto riguarda la disoccupazione, se oggi l’assegno è versato per 8 o 12 mesi, l’Aspi lo porterà per tutti ad un anno, e di un importo più alto, fino a tremila euro l’anno in più rispetto ad oggi. Il problema è che ad averne diritto potrebbero essere in pochissimi.

I sindacati però non ci stanno, e hanno già annunciato di non essere disposti ad accettare queste perdite. “Viste le nuove norme molti precari non potranno ottenere l’Aspi, perché non riusciranno a dimostrare 52 settimane di lavoro in regola negli ultimi due anni – ha detto Fammoni – ma non ne avranno diritto nemmeno i 600 mila mono-committenti. In più l’entità dell’assegno sarà calcolata non sull’ultimo stipendio, come oggi avviene, ma sulla media degli ultimi due anni. Questa riforma è contraria ai giovani”.

Dalla Cisl  Santini dice: “La mobilità va mantenuta perché in molti casi 18 mesi di copertura non bastano. Come arriverà alla pensione un uomo di 62 anni che perde il lavoro? Con la mobilità lo potevamo accompagnare, con l’Aspi dopo un anno e mezzo lo abbandoniamo. Chiediamo più gradualità con un allungamento di almeno 2 anni nell’avvio della riforma, e proponiamo di confermare il fondo per la mobilità alimentato dallo 0,30% versato dalle imprese, utilizzandolo per evitare di licenziare i lavoratori sessantenni che in virtù delle nuove regole previdenziali non hanno i requisiti pensionistici. Sul modello del fondo bancari, il fondo può essere usato per accompagnare le ristrutturazioni aziendali, o favorire il part-time dei lavoratori anziani”.