Appalti e soldi pubblici: obbligo (di legge?) a spartire le fette. Funziona così

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 14 marzo 2018 11:27 | Ultimo aggiornamento: 14 marzo 2018 12:58
Appalti e soldi pubblici, come funziona: obbligo (di legge?) a spartire le fette. Funziona così

Appalti e soldi pubblici: obbligo (di legge?) a spartire le fette. Funziona così (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Appalti e soldi pubblici: obbligo (di legge?) a spartire le fette. E’ un obbligo di fatto e generale e funziona così, in tappe e modalità e prassi consolidata.

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C’è da fare un’opera pubblica, piccola, grande o gigantesca che sia (meglio medio-grande, cioè soldi abbastanza ma relativamente poco “teatro” intorno). Quindi si bandisce l’appalto. Varie aziende concorrono. Concorrono…più di una volta è parola grossa. Più di una volta accede che il decisore politico ( a livello Comunale o Regionale o altro livello che sia) accoglie il suggerimento di “buon governo” che gli viene dalla “società civile”. E cioè di suddividere l’appalto in lotti, in modo che i concorrenti di lotti di appalto se ne prendano un po’ ciascuno e un po’ per uno non fa male a nessuno…

Si tratta di mal governo e società incivile, ma più di una volta funziona così. Funziona così con il consenso delle imprese, maestranze, sindacati, associazioni territoriali e, non di rado, elettori.

Quando non funziona così, malamente alla radice, ci pensa il sistema tutto, delle istituzioni e della legge comprese, a fare in modo che funzioni così a valle. Che malamente funzioni alla fine. Quando non ci si è spartito prima l’appalto in lotti, allora un’azienda vince tutto l’appalto. Magari è quella che ha chiesto meno soldi pubblici per i lavori, magari è quella più tecnologica e attrezzata o magari no, magari è solo quella più ammanicata e per nulla efficiente e professionale…Non importa, la regola di fatto su tutto il territorio nazionale è che qualunque azienda vinca la gara d’appalto, l’azienda arrivata seconda fa ricorso al Tar.

L’obiettivo del ricorso al Tar, immediatamente e inesorabilmente raggiunto, è quello di bloccare i lavori e il cantiere. Il ricorso al Tar è ormai parte integrante della politica industriale delle aziende che lavorano con la mano pubblica. Bloccare lavori e cantieri, diciamo così altrui, serve, eccome se serve. Non è un semplice e poco produttivo dispetto che l’azienda che non ha vinto l’appalto fa all’azienda che l’appalto ,o ha vinto. No, è strategia…di impresa. L’impresa è quella di indurre, mentre la magistratura amministrativa tiene tutto bloccato e sospeso, il decisore politico e le altre imprese a…spartire in lotti, ciascuno la sua fetta. Si fa così, funziona così: il Tar tiene fermo il cantiere, tutti gli altri lo riempiono di variazioni di bilancio e aumento dei costi operativi.

E non solo la magistratura amministrativa, i Tar. Nella sua istituzionale missione di controllo di legittimità la magistratura ordinaria pone legittimi sigilli e blocchi quando sospetta irregolarità su cui indaga. Su cui indaga con i suoi tempi, quindi sigilli e blocchi possono anche farsi stanziali. E sigilli e blocchi e indagini possono essere messi in moto anche da irregolarità minime e formali oltre che da ipotesi di consistenti reati.

Quindi l’unica è evitare i Tar e le Procure. E come si fa, come funziona? Si spartisce tutto all’origine. La politica ci sta, le aziende pure, il “territorio” non ne parliamo. Certo, con questo metodo, con questo obbligo di fatto, se non quasi di legge, a spartire, una fetta di denaro pubblico ciascuno, l’esecuzione dei lavori è lenta e l’opera pubblica arriva l’anno del mai e il giorno del poi. Certo, l’utilità pubblica dell’opera paga dazio e certamente i costi dell’opera pubblica aumentano, spartire costa.

Ma i vantaggi del sistema sono evidenti: più denaro pubblico messo in giro. La politica è contenta, ha il suo perché nel dare una fetta qui, l’altra là. L’imprenditoria è soddisfatta: concorrenza zero o quasi e una fetta per tutti. Maestranze e sindacati son contenti: lavoro e salario non sono legati a efficienza e produttività ma a concerto sociale e politico.

Insomma c’è consenso che si faccia così, che si spartisca una fetta ciascuno. E nessun consenso reale c’è invece perché si spendano meno soldi pubblici, si premino le aziende migliori e si usi la pubblica utilità come criterio di giustizia. In Francia ad esempio se un’azienda che ha perso la gara d’appalto ricorre all’equivalente del Tar e se si dimostra che il suo ricorso era fondato, allora riceve indennizzo per il torto subito. Ma nessuno si sogna di bloccare cantieri e spartire i lavori. Sono strani questo francesi…pensano a farlo e a farlo bene il ponte o la fognatura, mica a spartirselo.

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