Piccolo non è bello: ma se due imprese si fondono la banca taglia i fidi

Pubblicato il 30 Aprile 2012 14:04 | Ultimo aggiornamento: 30 Aprile 2012 14:04

ROMA – “Qui non si fa credito”: se a recare l’insegna sono le banche allora per le imprese diventa difficile riuscire rimettersi in carreggiata, provare a crescere. Ancora peggio va per quelle imprese che decidono di mettersi insieme, di fondersi, di accrescere una dimensione più grande per navigare nel mare aperto dei mercati internazionali e riuscire finalmente a competere. In quel caso le banche sono le ultime a credere alla scommessa imprenditoriale fino al punto di tagliare i fidi. Se l’azienda A, con un fido di 100 si unisce all’azienda B, con un fido equivalente, la nuova società non si aspetti un sostegno finanziario pari a 200. Per le banche 2+2 non fa 4, al massimo tre.

Sembra incredibile, suona come una beffa: da quanto tempo sentiamo consigli, incitamenti, analisi dettagliate che incitano alle fusioni, alle aggregazioni per uscire dal nanismo delle imprese? La bontà dell’obiettivo crescita dimensionale nessuno, in teoria, lo mette in discussione. In pratica, che dovrebbe sostenere e supportare lo sforzo, gli istituti di credito, si tira indietro. E sì che il momento sarebbe ideale, la crisi dovrebbe favorire la selezione tra chi è in grado di reggere l’urto dei mercati e chi non ha le spalle troppo robuste. Invece, nel primo trimestre 2012 sono state solo 63 le fusioni/acquisizioni realizzate, per un controvalore di 1,3 miliardi, un 15% in meno rispetto all’anno scorso, una miseria rispetto allo stesso periodo del 2008, quando ci fu il record di 21 miliardi.

Il fatto è che le banche, anche volendo, non possono incentivare con moneta sonante l’allargamento delle prospettive. Per il banchiere, in presenza di un’unica società, scatta l’obbligo di diversificazione del rischio, gli input della Banca d’Italia e di Basilea 3 non sono aggirabili. E i sogni di economie di scala, delle fabbriche-prodotto, si infrangono contro l’incapacità delle banche di discernere il rischio dall’opportunità, i prestiti facili da quelli remunerativi, il buono dal cattivo. Il patron di Luxottica Del Vecchio, nella sua requisitoria contro il sistema finanziario italiano, ha ragione da vendere quando sostiene che “non ci sono più banchieri capaci di valutare un piano di espansione anticipandoti il 30/40%. Nel frattempo la capacità delle aziende di generare profitti è al punto più basso dal 1995, 25 mila imprese sono a rischio insolvenza, le spese per i prestiti sono saliti del 40% nel 2011, i finanziamenti sono in calo dell’1,3%, quasi il 15% delle imprese si vede rifiutare in tronco la richiesta di un fido.