Banche, obbligazioni maledette: come finirono alle famiglie

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 Dicembre 2015 9:31 | Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre 2015 9:33
Banche, obbligazioni maledette: come finirono alle famiglie

Banche, obbligazioni maledette: come finirono alle famiglie

ROMA – Le obbligazioni subordinate, come tutti i bond sono dei titoli di debito, che consentono a chi li compra di diventare creditore dell’emittente, incassando periodicamente degli interessi: il dividendo o cedola.

Rispetto alle obbligazioni ordinarie, però, quelle subordinate espongono i risparmiatori a un grado di rischio molto più elevato e in caso di fallimento della banca, in questo caso, i possessori di bond sono considerati dei creditori di serie B e quindi il diritto di essere risarcito arriva dopo altri soggetti come i dipendenti, i correntisti o i sottoscrittori dei bond ordinari e anzi concorrono a ripianare le perdite.

Con le nuove norme Ue infatti le passività soggette al bail-in soggette saranno innanzitutto gli strumenti di capitale, poi le passività subordinate e a seguire le obbligazioni bancarie non garantite. In più va considerato che le subordinate spesso non possono essere scambiate su mercati, nemmeno quelli Otc non regolamentati per poter almeno recuperare qualcosa.

Sono strumenti rischiosi, dunque: perché allora sono stati appetibili sul mercato, i potenziali acquirenti ne sono stati informati correttamente? Alla prima domanda risponde la logica di mercato, l’incontro tra domanda e offerta. La volontà, cioè, dei risparmiatori da una parte di ottenere rendimenti più elevati rispetto ai Bot (da un +2% delle banche più solide, al 10% di quelle meno solide, da 200 a 1000 euro in più su un investimento di 10mila euro).

La necessità, dall’altra parte, per le banche di reperire liquidità per consolidare il patrimonio, rispettare i parametri Ue. Con l’avallo interessato dello Stato perché quella liquidità raggiunta serviva all’acquisto massiccio dei titoli di Stato sotto attacco all’apice della crisi finanziaria. Ettore Livini spiega bene su Repubblica il viaggio  delle obbligazioni subordinate verso i risparmiatori, che comincia con i consigli interessati dei funzionari di banca e finisce con l’impossibilità di renderle liquide e quindi la scelta obbligata di rivenderle alla stessa banca a un prezzo che è lei a decidere: così, tra conflitti di interesse vari, quei bond a rischio senza prezzo e controlli sono finiti alle famiglie.

Il documento Mifid è un tomo di decine di pagine in caratteri-bonsai che il cliente tende a siglare in automatico fidandosi della banca. I prospetti – completi a norma di legge, per carità – elencano una litania di rischi (compreso quello di bail- in) cui manca solo l’ipotesi di invasione di cavallette. E il consulente è spesso in conflitto d’interessi: quasi sempre è un dipendente della banca che ha emesso i titoli subordinati. A volte è incentivato con bonus e premi per venderli. Questo cocktail esplosivo ha attirato tra 2011 e 2012 il 10,8% dei risparmi tricolori verso le obbligazioni bancarie (a Parigi e Londra erano il 2%). (Ettore Livini, La Repubblica).