Tremonti: “La nomina del Ministro dello Sviluppo Economico non è all’ordine del giorno”. Un monumento al conflitto d’interessi

Pubblicato il 30 luglio 2010 19:17 | Ultimo aggiornamento: 30 luglio 2010 19:20

“La nomina del nuovo ministro dello Sviluppo Economico non era all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri”: Tremonti ha risposto così, quasi fosse una noiosa appendice di una riunione di condominio, a chi gli chiedeva lumi sulla promessa di coprire il buco dell’interim affidato a Silvio Berlusconi. Va bene che il momento è delicato, Fini è stato appena messo alla porta, la manovra appena licenziata in Parlamento, che le vacanze si avvicinano.

Ma questa promessa non può essere intesa come una generosa concessione del principe: doveva essere un impegno vincolante, preso con il Presidente della Repubblica. Napolitano aveva chiesto espressamente: Berlusconi non può essere titolare di quell’incarico. Tassativo.

E invece sono passati tre mesi tre, ma il successore di Scajola lo smemorato non si è ancora trovato. Giova ricordare che Berlusconi allo Sviluppo Economico rappresenta un monumento al conflitto d’interessi. Sì, proprio il conflitto d’interessi, che se provi a nominarlo fai la figura di uno politicamente demodè, uno sprovveduto che non merita nemmeno di essere salutato. A chi vuoi che interessi che sia Berlusconi a decidere l’assegnazione delle frequenze, per le quali corre anche Sky? E che sarà lui a firmare il contratto di servizio con la Rai, principale competitor della sua Mediaset? Non aveva detto, all’inizio, ormai un secolo fa, che quando si fosse parlato di televisioni, sarebbe uscito dalla stanza? Ora nemmeno quel velo di ipocrisia: poteva metterci un cavallo su quella poltrona, come Caligola. Nemmeno questo.

Di sfuggita va rilevato che intanto ci sono centinaia di dossier aperti su aziende che chiudono sul tavolo del ministro dello Sviluppo Economico. Che nella partita della Fiat con governo e sindacati, nel momento più cruciale per il destino delle relazioni contrattuali, Berlusconi non si è degnato di aprire bocca. Magari poteva spendere il suo eccezionale carisma per convincere Marchionne che il futuro non può essere solo Detroit o la Serbia. Per inciso, oggi Obama è andato a far visita all’ad della Fiat negli stabilimenti Chrysler.

Ma tant’è, la questione non è all’ordine del giorno.