Berlusconi né “tappetaro” né “Zelig” né “mago”, solo capo azienda: la sua

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 27 Aprile 2011 15:18 | Ultimo aggiornamento: 27 Aprile 2011 16:44

foto Lapresse

ROMA – Un “tappetaro” come sibila con disprezzo Antonio Di Pietro? Oppure uno “Zelig” che assume forme, sembianze e sentimenti dei suoi interlocutori come oggi scrive buona parte della stampa italiana? O ancora un “mago” che fa sparire il referendum e resuscita il nucleare? Chi, cosa è Silvio Berlusconi? Da quasi venti anni lui non fa mistero di se stesso, è più o meno l’Italia tutta a volere che sia qualcosa d’altro da quello che è. E cioè un grande imprenditore, quello e solo quello però. Uno che fa l’interesse dell’azienda, l’azienda Berlusconi: questa è l’essenza e la regola. Accade talvolta che l’azienda Berlusconi coincida con il governo e allora Berlusconi fa ogni cosa per tenere in piedi il governo. Accade che l’azienda Berlusconi abbia interessi in comune con la Lega, e allora Berlusconi fa ogni cosa per Bossi. Accade che l’azienda Berlusconi faccia momentanea rima con il mercato, e allora Berlusconi fa gli interessi del mercato. O anche no. L’azienda Berlusconi è la stella polare, l’ago della bussola punta sempre lì, se lo si segue non si può sbagliare nell’interpretare e anche nel prevedere Berlusconi.

Adesso mezza Italia, anzi di più, anzi quasi tutta alquanto stupisce perché Berlusconi ha dato a Sarkozy tutto quel che voleva: i “missili” sulla Libia, dopo aver giurato che “mai e poi mai” ed aver espresso pubblico rammarico per l’intervento militare contro Gheddafi. E la possibilità alla Lactalis di acquisire Parmalat, dopo aver impegnato il governo a fermare i francesi. E la possibilità di chiudere le frontiere ai tunisini, dopo aver detto che se si faceva cosi allora “era meglio sciogliersi dall’Europa”. E la promessa, vaga in verità, di comprare il nucleare dai francesi, dopo aver messo in stato di coma d’opinione e di legge il nucleare italiano. E’ un “tappetaro”, uno “Zelig”? No, solo uno che pensa all’azienda. Giusto o sbagliato, esoso o a buon mercato, gli è sembrato un buon prezzo, un affare. E per l’azienda Berlusconi può esserlo stato davvero: Mario Draghi messo fuori dall’orbita di Palazzo Chigi e di governi possibili, forse domani necessari senza Berlusconi premier.

Un imprenditore dunque che pensa all’azienda. E lo ha fatto anche facendo sparire il referendum e resuscitando il nucleare. Non un “mago” perché i maghi anche da esibizione e salotto il trucco di scena non lo svelano. Berlusconi invece lo ha svelato, non gli interessava il trucco né tenerlo coperto, gli interessava il risultato. Il referendum metteva a rischio il governo: quorum e sconfitta sul nucleare chiamavano possibile quorum e sconfitta sul legittimo impedimento. Quindi Berlusconi calcola non sia il caso e “magheggia” sul referendum: abolisce oggi le leggi sul nucleare e le farà riapparire domani se servirà all’azienda. Per ora le sventola davanti ai francesi come carruba davanti al cavallo. Ma questo è contorno, all’azienda serve non tanto il nucleare quanto il “sarcofago” sui processi. E quel referendum rischiava di scoperchiarlo il sarcofago in stato di avanzata costruzione.

Ora cosa dovrebbe decidere la Cassazione? Annullarlo o no il referendum? Le leggi da abrogare per via di referendum non ci sono più, le ha abrogate il governo. In realtà non lo ha ancora fatto, il decreto non è stato approvato e non lo sarà prima della fine di maggio, chi vuole il referendum deve sperare che il Parlamento non faccia in tempo, ma questa è altra storia… La Cassazione non può che cassare il referendum su leggi che non ci saranno più alla data prevista dal referendum. Ma il premier ha detto chiaro e tondo che poi quelle leggi le riscrive e le fa riapparire. Allora la Cassazione deve mettere nel conto questa esplicita intenzione, questo dichiarato leva e rimetti? Non tocca a un Tribunale o a una sentenza sanzionare o fermare il legale trucco dell’imprenditore. Toccherebbe semmai ad altri. Berlusconi non fa mistero di sè: i tunisini immigrati sono una tragedia o un’opportunità, la guerra in Libia una perdita in conto capitale o un investimento, il nucleare un ingombro oppure una rendita. Dipende, dipende dagli interessi dell’azienda Berlusconi. Lui lo dice al paese da quasi venti anni. Nè tappetaro, né zelig, nè mago. Solo un grande e coerente capo azienda, la sua.