Berlusconi e Tremonti tra il “ghigno” di Rehn e la patata bollente dell’austerity

Pubblicato il 30 Settembre 2010 20:49 | Ultimo aggiornamento: 30 Settembre 2010 20:49

Tremonti e Berlusconi

Tutto inizia con un ghigno, quello del commissario Ue agli affari economici e monetari, il finlandese Olli Rehn. Si tratta di “ridurre rapidamente il deficit e il debito pubblico”, spiega il commissario, che aggiunge “se l’Italia farà subito questo non dovrà affrontare queste cifre (quelle delle sanzioni europee)”.

Le frasi sembrano rassicuranti, in realtà, per chi i conti li deve far quadrare sono una frecciata velenosa. La parolina chiave è il “se”, di Rehn. Il finlandese non esplicita, nella sua dichiarazione minimalista, cosa succederà “se” invece, l’Italia non ci riesce. Succederà che oltre ad avere i conti disastrati ci ritroveremo a pagare una sanzione da 40 miliardi di euro, quasi il doppio dell’importo della manovra estiva varata da Giulio Tremonti.

Per rientrare nei parametri di Maastricht (ovvero il 3% di deficit sul Pil annuo e, quanto al debito complessivo, il 60% del pil) la ricetta è una e una sola: il rigore, o per dirla in altri termini, l’austerity. Che, però, è nemica del consenso. Il punto è che non c’è via d’uscita, il rigore è necessario e praticarlo rischia di costare voti anche al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Per ora, il governo ostenta tranquillità. Giulio Tremonti, parlando dopo il vertice Ecofin ha spiegato che l’Italia “non teme nuove regole” e che il Paese reggerà. C’è chi sta peggio, è la valutazione del ministro dell’Economia che poi ripete concetti già espressi in passato, ovvero che la crisi non è stata innescata dal debito pubblico e da quello privato e che tra tre anni dovremmo o potremmo stare molto meglio di oggi. Condizionali non certezze.

Che non siamo il Paese che se la passa peggio in Europa, però, è un dato di fatto. Meglio, molto meglio, di noi sta la Germania che sembra aver rapidamente archiviato la pagina crisi. Non è solo una questione di pil, che comunque cresce molto più rapidamente della media europea (+2.2% nel secondo trimestre) è anche e soprattutto una questione di occupazione. In Germania la gente ha ricominciato a trovare lavoro: il 30 settembre la disoccupazione è scesa al 7.5%, e si marcia a tappe forzate verso i tassi pre-crisi.

Peggio dell’Italia, invece, stanno sicuramente Francia e Inghilterra. Nicolas Sarkozy è alle prese con un deficit che nel 2010 è al 7.7% del Pil, un dato che ha obbligato il presidente ad un piano durissimo che prevede un drastico abbattimento di privilegi fiscali per alcune categorie. Il piano è di rientrare sotto la soglia del 3% nel 2013. Difficile e, quanto a voti, sarà un bagno di sangue.

Gli inglesi a fine giugno hanno varato quella che è stata definita “la finanziaria più dura degli ultimi 30 anni”. Il tutto in un Paese che la crisi l’ha sentita molto più di noi e in cui i segnali di ripresa sono molto inferiori a quelli tedeschi.

Peggio, molto peggio, sta la Spagna di Zapatero. Mercoledì 29 settembre è stata giornata di sciopero generale. Ed è appena l’inizio. Il premier socialista è davanti a un bivio in cui non vorrebbe trovarsi nessuno: può scegliere tra il perdere il governo a colpi di austerity oppure continuare come se niente fosse consegnando la Spagna a un futuro “simil Grecia”.  Giovedì l’agenzia Moody’s ha tagliato il rating spagnolo parlando esplicitamente della “debolezza” delle prospettive economiche.

Infine Grecia, Irlanda e Portogallo “fuori classifica” e lontanissime dai parametri. La speranza è non doverle considerare, in un futuro non troppo remoto, come un termine di paragone.