Bonus, come arraffarli fuori regola. Tre esempi…  

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 4 Giugno 2020 13:46 | Ultimo aggiornamento: 4 Giugno 2020 13:46
Bonus Coronavirus, come arraffarli fuori regola. Tre esempi...  

Bonus, come arraffarli fuori regola. Tre esempi…   (Foto d’archivio Ansa)

ROMA – Fatta la legge, trovato l’inganno. E fatto il bonus ecco pronto il modo per ottenerlo in barba alle regole e all’etica.

Così il bonus da 600 euro per le partite Iva può finire nelle casse delle aziende che già prima utilizzavano i lavoratori con finti rapporti di lavoro, quello destinato alle baby sitter ingrassa e strizza l’occhio al lavoro nero penalizzando i contribuenti corretti e la cassa integrazione, sommata allo smart working, sposta i costi del lavoro dal privato alle casse pubbliche.

Che l’Italia non brilli per onestà fiscale non è un mistero, come non è un segreto che la ‘furbizia’ sia un vanto fortemente nostrano. Caratteristiche che declinate al tempo del coronavirus e sulle misure per affrontare l’emergenza hanno trasformato quelli nati come aiuti ai cittadini in difficoltà in truffe allo Stato e nuovo sfruttamento.

Lo smart working, gioia per pochi fortunati per lo più dipendenti pubblici che se lo sono visto accordato con tutte le garanzie promesse, è stato sfruttato da più di un’azienda per trasferire il costo dei propri dipendenti sulle spalle dello Stato.

E’ bastato unirlo alla cassa integrazione – che viene appunto pagata con soldi pubblici – e il gioco era fatto. Come? Semplice. Prima il dipendente è stato messo in ‘lavoro agile’, poi anche in cassa integrazione, non al 100% ma in una data quota.

In sostanza il suddetto dipendente avrebbe dovuto lavorare meno, in proporzione alla quota della Cig, ad esempio quattro giorni la settimana. La sua mole di lavoro però non è calata di pari passo perché le mail continuano ad arrivare, le riunioni si continuano a fare e le scadenze rimangono. In realtà non è cambiato nulla rispetto a prima se non che il suo stipendio è diminuito e che una parte gli viene versata dai contribuenti italiani.

“Non dovreste lavorare, ma se state portando avanti un progetto valutate voi. Regolatevi come meglio credete”, la melliflua indicazione dei datori di lavoro. D’altra parte in smart working – in teoria – l’orario di lavoro viene gestito in autonomia dal dipendente: far lavorare un dipendente in cassa integrazione sarebbe truffa ai danni dello Stato, ma se è il dipendente a scegliere “liberamente” di continuare a fare quello che ha sempre fatto…

Non di soli dipendenti si vive però. E anzi per evitare i costi di un contratto fisso sono moltissime le realtà che mascherano questi rapporti di lavoro dietro finte partite Iva, quelle che hanno un cosiddetto ‘monocommittente’, cioè che fatturano 12 mesi l’anno lo stesso importo alla stessa azienda e a nessun altro.

Lavoratori dipendenti mascherati e, soprattutto, spogliati di ferie, malattie, Tfr e tutte le altre garanzie. Qui il dribbling alla norma è stato ancor più facile. Il bonus in questione era ed è quello destinato alle partite Iva: 600 euro.

“L’unico committente a cui intestiamo le fatture ha chiesto a me e a molti altri colleghi – racconta chi in questa situazione si è trovato – di detrarre dall’importo mensile il bonus emesso dalla cassa di appartenenza nel caso di mantenimento dell’abituale importo mensile fatturato”. Semplice, veloce e pulito. E se non lo detrai questo mese niente fattura e tante care cose. Infine la baby sitter e il relativo bonus che potrebbe mandare al manicomio chi si ostina a tentar di essere onesto e in regola col Fisco.

Se hai la tata in nero, per beneficiare del bonus da 600 euro, basta infatti registrare la prestazione occasionale sul sito dell’Inps: si crea il libretto famiglia, lo si apre anche per il collaboratore domestico e gli si versano fino a 480 euro netti (gli altri 120 sono imposte e contributi). Niente Tfr, niente tredicesima e una volta esaurito l’importo si può tornare alla situazione precedente. Cioè al nero.

Tanto più che non è previsto alcun controllo al termine del rapporto. Per chi tasse e contributi li ha sempre pagati, invece, la beffa: il bonus vale solo per eventuali ore aggiuntive. Buono quindi solo se si aumentano ore e stipendio alla baby sitter già regolarmente contrattualizzata ma non per sostenere il costo abituale.