Btp e Bot, Tria cerca di piazzarli in Cina. Dopo che Draghi…

di Riccardo Galli
Pubblicato il 17 luglio 2018 11:48 | Ultimo aggiornamento: 17 luglio 2018 11:48
Btp e Bot, Tria cerca di piazzarli in Cina. Dopo che Draghi...

Btp e Bot, Tria cerca di piazzarli in Cina. Dopo che Draghi…

ROMA – Anche le più belle storie d’amore hanno una fine, e non fa eccezione a questa regola il QE. Il Quantitative Easing, la politica d’acquisto della Bce di titoli del debito italiano (e non solo) che, proprio quando nessuno più li voleva, ha riempito le casse del nostro Paese. A fine anno il QE sarà un ricordo. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Fine degli acquisti da parte di Francoforte e il debito tricolore dovrà, allora, essere piazzato da qualche altra parte. La soluzione del ministro dell’economia Giovanni Tria è la Cina.

L’uomo che ha in mano le scelte economiche del nostro Paese è legato a Pechino sin dai tempi dell’università ed ha, lungo tutta la sua carriera, mantenuto i rapporti con quel mondo. Ecco perché non sembra improbabile un prossimo viaggio proprio di Tria in estremo oriente per spiegare agli investitori asiatici la bontà dell’investimento in debito pubblico italiano.

Il punto è che a fine anno la Bce chiuderà i rubinetti e la politica del QE, inaugurata nel momento più difficile della crisi per tenere a galla Paesi divenuti poco competitivi sui mercati, arriverà alla sua scadenza. Tanto per dare qualche numero l’Italia ha bisogno, ogni anno, di vendere 400 miliardi di titoli di Stato: Btp e Bot. Soldi che servono a finanziare lo Stato e a farlo letteralmente funzionare pagando le pensioni, gli ospedali e le scuole. Negli ultimi due anni di questi 400 miliardi gli investitori tutti, banche, privati e fondi, ne hanno comprati sempre meno, con la Bce unica in controtendenza e arrivata a comprare 120 di quei miliardi. Una quota decisamente importante.

Fondamentale è allora trovare chi sostituirà la Banca Centrale Europea dall’anno prossimo, e se anche i titoli di Stato italiani hanno degli elementi di attrattiva, come che sulle scadenze lunghe rendono oltre un punto percentuale all’anno più degli spagnoli e il 13% in più dopo un decennio, pagano anche la paura e l’incertezza che si portano in dote. I rendimenti sono infatti più alti e quindi migliori rispetto a quelli di altri Paesi (anche se più pesanti per noi che paghiamo gli interessi), ma a chi investe serve anche la ragionevole certezza che il credito concesso venga saldato. E qui poche volte come ora pesa l’incognita politica. Non è infatti un mistero che il nostro governo abbia promesso novità e riforme dai costi enormi, come non è un mistero la venatura anti-moneta unica che serpeggia neanche troppo sottotraccia nella maggioranza.

Elementi che comunque la si pensi spaventano chi deve comprare il nostro debito e, anche se poco interessato alla politica, vuol vedere fruttare il suo investimento. Gli investitori tradizionali, quelli che abitualmente comprano il debito italiano, non sembrano però molto attratti dal nostro Paese. E tra questi i primi siamo proprio noi. Negli ultimi 24 mesi, mentre la quota d’acquisto della Bce cresceva e cresceva, banche e assicurazioni italiane hanno infatti ridotto la loro quota di esposizione al debito italiano del 3,6%; i fondi d’investimento nazionali di un ulteriore 2,6% e le famiglie hanno tagliato dello 0,8%. Appena più stabili gli investitori esteri, comunque scesi anche se solo dello 0,4%. La necessità allora è quella di trovare una nuova via. Via che porta in Cina.