Caprotti e la guerra Esselunga-Coop: “Apro a Firenze dopo 43 anni di tentativi”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 settembre 2013 15:31 | Ultimo aggiornamento: 12 settembre 2013 15:31
Caprotti e la guerra Esselunga-Coop: "Apro a Firenze dopo 43 anni di tentativi"

Bernardo Caprotti, patron di Esselunga (LaPresse)

MILANO – Bernardo Caprotti, 87 anni, patron di Esselunga, racconta le sue difficoltà nel fare impresa in Italia. Dopo 43 anni di tentativi, forse riuscirà ad aprire un suo supermercato a Firenze, regno delle Coop. Proprio con le Coop da anni Caprotti combatte una guerra che non è solo commerciale.

Nato da famiglia di industriali brianzoli, Caprotti colse nel 1957 l’opportunità di aprire la prima catena di supermercati in Italia in società con Nelson Rockfeller. Società che la sua famiglia rileverà al 100% cinque anni più tardi dal miliardario americano: da allora si chiama Esselunga. Molto presente nel Nord Italia, soffre la concorrenza delle Coop nel Centro Italia.

Concorrenza che nel suo libro “Falce & carrello” Caprotti ha descritto come sleale. La vicenda è finita in tribunale, con i giudici che in primo grado hanno dato ragione alle Coop multando Caprotti «illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia» per 300.000 euro e al ritiro del pamphlet dal mercato, vietando inoltre di reiterarne la pubblicazione e di diffonderne i contenuti. Qualche mese più tardi la Corte d’Appello di Milano ha sospeso l’esecuzione della sentenza, in attesa del secondo grado di giudizio. Intanto il libro è stato ristampato e diffuso. D’altro canto ci sono altri libri in circolazione che accusano Caprotti ed Esselunga di slealtà e sfruttamento dei propri dipendenti.

Ma il coriaceo patron non molla e non si ferma davanti a nulla: è arrivato a diseredare i suoi figli. Quindi non stupisce che, dopo un articolo di Repubblica Firenze pro-Coop e contro Esselunga, Caprotti abbia deciso di ritirare la pubblicità da quel giornale. Non pago, ha scritto una lunga lettera al Corriere della Sera:

“Caro direttore,

ho letto il bell’articolo del professor Ricardo Franco Levi sul Suo giornale dell’8 settembre. Non posso che ringraziarvi per le lusinghiere espressioni usate nei riguardi di Esselunga e del sottoscritto. Tuttavia vorrei permettermi un’osservazione.

Le tre aziende scelte dall’autore non costituiscono un campione appropriato. Mettere Esselunga — e dunque me — accanto ad Armani e Luxottica è azzardato. Meglio sarebbe stato scegliere Ferrero.

Esselunga è una piccola azienda, piccolissima nel suo settore, è solo una multiprovinciale, non ha un centesimo di attività fuori dai confini nazionali. Ove Luxottica, coi suoi centri di produzione in Cina, i suoi 6.000 negozi sparsi nel mondo è un gigante vicino al quale noi non possiamo stare. Del pari Armani, che è un genio a livello mondiale, con investimenti grandiosi anche fuori dal suo campo d’origine. Noi dunque siamo un’azienda di qui, una multiprovinciale che neppure riesce ad insediarsi a Genova o a Modena, per non dire di Roma ove io poco, ma i nostri urbanisti si sono recati forse 2.000 volte in dodici anni nel tentativo di superare ostacoli di ogni genere, per incontrare adesso il niet del nuovo sindaco del quale si può dire soltanto che è un po’ «opinionated».

Noi, diversamente da Luxottica, Ferrero, Pirelli, Squinzi, Bombassei, Calzedonia, siamo un’impresa al 100% italiana (Pirelli, credo, italiana al 17%). E come tale un’impresa che deve difendersi dalla Pa (pubblica amministrazione) in tutte le sue forme e a tutti i suoi fantasiosi livelli ogni giorno che Dio comanda.

Tassata al 60%, non più minimamente libera di scegliersi i collaboratori (la signora Fornero ha «garantito» anche i soggetti assunti in prova), Esselunga si trascina. Porta ancora avanti vecchi progetti, cose nelle quali, incredibile dictu, si era impegnata ancora al tempo delle lire.

Per realizzare un punto vendita occorrono mediamente da otto a quattordici anni. Ma per Legnano ventiquattro; mentre a Firenze forse apriremo l’anno prossimo un Esselunga di là d’Arno, una iniziativa partita nel 1970! Così, ultimamente, abbiamo cancellato ogni nuovo progetto.

Ecco, caro direttore, la pallida risposta di un’azienda che di problemi ne ha troppi, che si avventura ogni giorno in una giungla di norme, regole, controlli, ingiunzioni, termini, divieti che cambiano continuamente col cambiare delle leggi, dei funzionari, dei potenti. Uno slalom gigante con le porte che vengono spostate mentre scendi. Un’azienda affondata nelle sabbie mobili italiane. Oberata da un esiziale carico fiscale atto solo a sostenere tutto ciò che nel paese è sovvenzionato. Cioè quasi tutto. Diversamente da Armani e Luxottica che hanno «creato», noi abbiamo soltanto cercato di dare un po’ di eleganza, di efficienza, di carattere ad un mestiere assai umile. A livello internazionale ciò ci è riconosciuto. Ma nel paese non siamo ben accolti.

E per soprammercato facciamo un mestiere che nel nostro stranissimo paese è politico. Perché? Perché sono «politici» i due più grandi operatori nazionali. Fuori non riescono neppure a capirlo. Ma sono tante le cose che gli stranieri non possono capire di noi, di un paese che se fosse rimasto libero e normale avrebbe potuto andare chissà dove.

Imprenditori straordinari fecero nel dopoguerra aziende straordinarie. Ma gli imprenditori sarebbero poi diventati tutti incapaci, a meno che non se ne fossero andati ad operare altrove.

Ma noi non possiamo. Peccato non si possa dire: «hic manebimus optime».

Bernardo Caprotti”

fondatore di Esselunga