Centri impiego, i vigili del reddito cittadinanza: funzionano al…3,4%!

di Riccardo Galli
Pubblicato il 11 ottobre 2018 12:59 | Ultimo aggiornamento: 11 ottobre 2018 12:59
Centri impiego, i vigili del reddito cittadinanza: funzionano al...3,4%

Centri impiego, i vigili del reddito cittadinanza: funzionano al…3,4%

ROMA – Una percentuale d’insuccesso superiore al 95% con la metà degli uffici senza nemmeno il computer, specie al Sud. Affidereste la gestione di una fetta consistente della vostra economia ad un soggetto simile? Probabilmente no. Ma è quello che, come Italia, stiamo facendo. Saranno infatti i centri per l’impiego, quelli che oggi sono capaci di trovare un lavoro a 3 soggetti su 100 che ne fanno richiesta, i controllori del futuro reddito di cittadinanza. I controllori di circa 10 miliardi di euro di spesa annua da distribuire su una platea di 6 milioni di italiani.

“Abbiamo abolito la povertà”, ha esclamato esponendosi a mille critiche e altrettanti sberleffi il vicepremier nonché ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio. Un ideale, nemmeno un obiettivo, tanto nobile e auspicabile quanto difficilmente realizzabile. Soprattutto se si decide di affidare il compito di realizzare uno di quei desideri che rientrano nel campo dell’utopia più che del possibile, ad un’entità come i nostri centri per l’impiego che sono il paradigma dell’inefficienza della burocrazia.

Oggi, in Italia, ci sono più o meno 500 di questi centri sparsi per le 20 regioni. Qui lavorano a grandi linee 9mila addetti, addetti caratterizzati da un’età media molto alta e da una conseguente minor elasticità nell’utilizzo di nuovi strumenti. Ma il nuovo deve ancora arrivare. Limitandosi al presente di questi 500 centri sappiamo, dati alla mano, che sono semplicemente inefficienti: incapaci di realizzare il loro attuale compito, quello di trovare lavoro a chi un lavoro non ce l’ha.

“Quando mi rivolgo ad un centro perché sono alla ricerca di qualche operaio o altra figura professionale – raccontava qualche giorno fa un imprenditore al Tg di Enrico Mentana -, resto sempre senza risposta”. “Io? – le faceva eco una donna in lotta con la fila di un altro centro – Sono iscritta da anni ma non m’ha mai chiamato nessuno…”. Singoli episodi che si traducono in un clamoroso 96.6% di disoccupati che tali rimangono. Una percentuale da far impallidire le famigerate percentuali bulgare in un contesto che è quello tipico dei peggiori uffici pubblici del nostro Paese. Computer rotti e mal funzionanti dove ci sono pochi addetti rispetto alla platea di interessati, cosa che si traduce in file che sembrano accampamenti, con persone che si presentano allo sportello per prendere il numero che gli consentirà di fare, poi, la fila, alle 5e30 del mattino. E, come se non bastasse, in un contesto normativo che cambia ogni 200km perché, ogni regione, ha il suo regolamento e il suo modus operandi.

Questa, nei piani del governo e dei 5Stelle promotori del reddito di cittadinanza, sarà la prima linea che dovrà accogliere, vagliare e licenziare milioni di domande del suddetto reddito. I destinatari del sussidio, anzi no, del reddito di cittadinanza che come ci tengono a sottolineare i grillini tutti è cosa diversa, saranno 6 milioni. Il numero l’ha fornito chiaro e tondo il vicepremier Di Maio. Le domande però, è lecito immaginare, saranno anche di più perché ci sarà chi ci proverà. Questi milioni di richieste andranno prima ricevute con un sistema che ad oggi non c’è (e torna alla metà l’età degli attuali addetti), a meno che non si voglia produrle cartacee, e poi valutate. Andranno valutate le dichiarazioni dei redditi incrociandole con l’Isee, i dati del catasto e quelli bancari per sapere se chi chiede il reddito di cittadinanza ne ha davvero diritto e poi, il reddito andrà erogato.

Ma il già improbo lavoro per gli attualmente fatiscenti centri per l’impiego non finisce qui nei piani del governo. Perché dopo aver diviso i ‘buoni’ dai ‘cattivi’ la questione sarà tutt’altro che chiusa. L’assegno non sarà infatti per sempre, tra le righe si parla di un paio d’anni, ma quello che ha sempre detto ufficialmente il Movimento è che il reddito dovrà essere sottoposto alla voglia, dimostrata, di chi il reddito incassa, di voler lavorare. Se infatti chi gode del beneficio statale dovesse rifiutare più di 2 o 3 proposte di lavoro (il tetto è da definire e per ora è stato solo ipotizzato), perderebbe il diritto acquisito. Proposte di lavoro che dovrebbero arrivare da quei centri che oggi sono capaci di trovar lavoro a 3 persone ogni 100 che bussano alla loro porta.