La Cina è il nuovo Giappone: salari più alti e più diritti. E gli stranieri scappano

Pubblicato il 14 Maggio 2011 19:14 | Ultimo aggiornamento: 14 Maggio 2011 19:14

ROMA – La Cina non è più l’Eldorado degli imprenditori occidentali: stipendi bassi, diritti “elastici” e produzione forsennata stanno infatti cedendo il passo a nuove e consistenti conquiste per i lavoratori e quindi minor profitto per chi investe. Perché? Perchè la Cina si è ormai candidata a essere il nuovo Giappone, economia in grande crescita ( viaggia a un +10% annuo) ma anche un maggior costo del lavoro rispetto a qualche anno fa: i salari nel paese aumentano del 20% annuo.

Spiega Bill Emmott sulla Stampa che il fenomeno sta investendo parecchie aziende occidentali, impegnate ultimamente a spostare la produzione dalla Cina ad altri paesi asiatici più convenienti: “Gli analisti del Bcg hanno concluso che, in concomitanza con il graduale deprezzamento del dollaro Usa nei confronti della valuta cinese, lo yuan, i salari cinesi nel corso dei prossimi cinque anni passeranno dall’attuale 9% al 17% dei salari degli Stati Uniti entro il 2015. Nel 2000, i salari cinesi erano solo il 3% di quelli Usa. Questo appare ancora come un grande divario, e lo è. Ma il lavoro non è l’unico costo che conta per le multinazionali come Coach. Anche i costi del trasporto e il tempo hanno importanza e l’aumento dei prezzi dell’energia significa che anche i costi di spedizione e trasporto aereo delle merci stanno salendo. Inoltre, la Cina non è l’unico Paese che cambia, o che migliora la produttività dei suoi lavoratori: anche la produttività Usa sta crescendo rapidamente. Per questo motivo, il rapporto del Bcg elenca altre multinazionali che hanno già spostato le loro produzioni dalla Cina, alcuni verso Paesi asiatici a più basso costo e gli altri di nuovo in America: Caterpillar, Ford, Flextronics e anche un produttore di giocattoli, Wham-O. Il settore manifatturiero americano, secondo questa analisi, è orientato a una forte ripresa nei prossimi cinque-dieci anni”.

La Cina quindi si candida a vivere quello che il Giappone visse negli anni ’70: passare a un’economia concentrata su prodotti d’alta gamma, aumentare i salari e magari fare più attenzione a diritti e ambiente. Secondo Emmott la differenza sostanziale è che il Giappone era ed è una democrazia, la Cina no. Ma il regime comunista potrebbe essere pronto ad assecondare il cambiamento, per paura che la “primavera araba” possa contagiare anche Pechino e dintorni.