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Competitività e referendum Fiat: tutto dipende dalla pausa pranzo?

di Marco Benedetto
Pubblicato il 5 Febbraio 2011 20:27 | Ultimo aggiornamento: 5 Febbraio 2011 20:45

Il risultato del referendum di Mirafiori continuerà a dividere l’Italia, anche se sotto sotto, tutti hanno tirato un respiro di sollievo, probabilmente anche i sostenitori del no, che potranno continuare la loro polemica senza il rischio che Sergio Marchionne, il castigamatti, trovi nel voto degli operai la giustificazione per fare quello che comunque probabilmente farà.

Andremo avanti chissà per quanto ancora con i fuochi di artificio delle dichiarazioni, per lo più insulse e inutili, senza che ci si occupi più di ciò che il referendum ha fatto passare in secondo piano, polarizzando l’attenzione di tutti sulla decisione di poco più di cinquemila operai, dei quali nessuno nega il valore simbolico ma che francamente sembrano solo in parte rappresentativi della realtà italiana di oggi e anche della classe operaia, specie se non limitiamo il diritto di farne parte su base rigorosamente etnica.

Restando appesi fino all’alba di sabato al referendum di Mirafiori, parte dei sindacati e della sinistra hanno semplicemente fatto il gioco della Fiat e di Marchionne, si sono esauriti nella difesa assoluta dei diritti e non hanno più avuto voce e forza per chiamare l’azienda a rispondere di cose come la sua crisi, il suo futuro, i veri progetti di Marchionne, il destino che da qualche parte è stato già scritto per la Fiat italiana. Nel loro inconscio, sentivano che il destino era stato già scritto e hanno estratto, dalla rassegnazione, la forza della disperazione di un’ultima lotta.

La Fiom, e per forza di irresistibile attrazione la Cgil, sembrano pervase dallo spirito di Masada, quel gruppo di indomabili eroi della resistenza ebraica alla prepotenza romana, tutti morti, suicidi, nella fortezza al sommo dell’omonima montagna. U

L’arrocco del sindacato non trova riscontro solo nella vicenda Fiat, ma ad esempio nel recente rifiuto della Fiom di un accordo che preveda la mancata applicazione ai nuovi assunti dei vantaggi economici derivanti dai contratti integrativi sottoscritti in passato. Con un po’ di immodestia, devo dire che un accordo del genere l’ottenni, più di dieci anni fa, dai giornalisti di Repubblica, che non sono certo noti per la loro tenerezza in campo sindacale, naturalmente in cambio di nuove iniziative editoriali, che non sarebbero partite senza un adeguamento del costo del lavoro (che rappresentava l’80 per cento di quei costi).

La Cgil e non solo la Fiom non hanno avuto la forza né la voce per chiamare la Fiat  al tavolo, come si diceva in gergo sindacale, perchél tavolo lo hanno fatto saltare, come fece la Cgil di Coffferati sulla riforma dello Statuto dei lavoratori, congelando, nella ibernazione del mito della lotta, qualsiasi possibilità di negoziato e di contropartite. In questo modo, grazie anche ai giornali e ai politici, a loro volta caduti nella trappola del mito, nella mente dei milioni di italiani, che hanno visto la vertenza come un fatto remoto,  la crisi di competitività dell’industria, e non solo quella dell’auto è stata identificata con un problema di governabilità delle fabbriche, gestione della forza operaia, costo del lavoro.

Così è  passato in secondo piano uno dei tanti paradossi italiani, che gli operai da noi guadagnano meno che in molti paesi concorrenti, appartenenti al mondo industriale avanzato, e se andiamo a vedere anche meno della Chrysler, eppure i nostri prodotti, non solo le auto ma anche altri che escono da fabbriche molto meno regolamentate, sono sempre meno competitivi. Certo il costo del lavoro è dato non solo dalla paga, ma dagli organici, dalle festività, dai riposi, dall’assenteismo. Però non possiamo dimenticare mai quanto incidano le tasse e i contributi, che sono fuori della disponibilità di imprese e sindacati ma su cui imprese e sindacati meno ideologizzati avrebbero forse potuto aprire un tavolo col Governo, lasciato invece indisturbato a pensare ai bunga bunga, alla “ricostruzione” abruzzese e al G8.

Lo psicodramma del referendum ha avuto un’altra conseguenza, quella di isolare la Fiom nel ruolo dei cattivi, mentre la Fiom ha avuto e ha il merito di dare una voce a uno stato d’animo diffuso tra i lavoratori e che ha costretto la stessa Fiom a recuperare alla sua sinistra per evitare conseguenze peggiori per tutti noi. Non dobbiamo mai dimenticare che i due paesi europei dove il terrorismo rosso ha avuto forza sono stati la Germania e l’Italia: in entrambi, c’era a sinistra un confine invalicabile, là il partito comunista era fuori legge, qui il Pci scomunicava ogni dissenso e così veniva a mancare la possibilità di incanalare la protesta, che c’è a prescindere dalla nostra volontà, verso uno sbocco politico.

La Fiom è stata lasciata sola e non da ieri, ma da quando cominciarono i fermenti provocati dalla vocazione internazionale della Fiat di Sergio Marchionne, che furono accettati a scatola chiusa, come un fatto ineluttabile, da un sindacato distratto e da una sinistra in pieno sbandamento post veltroniano, più preoccupata di fare la morale a Berlusconi, che di incalzarlo su problemi come il futuro industriale, più preoccupata di inseguire Berlusconi in Abruzzo per elemosinare qualche avanzo di consenso all’ombra delle macerie che di affrontare preventivamente i problemi della Fiat, contrattare sulle strategie, che non potevano non prevedere i traumi di Termini Imerese, di Melfi e di Pomigliano d’Arco e tutto il resto che è seguito.

Solo Massimo D’Alema, in quella occasione, dimostrò di capire, ma non andò oltre una dichiarazione. Forse troppo preso da tante altre cose, non risulta abbia mai esercitato la sua influenza sul suo partito e sul sindacato di riferimento, la Cgil, perché affrontassero il tema.