Confindustria, se vuole “tifare Manchester” deve prima diventare meno “romana”

Pubblicato il 9 Maggio 2011 12:06 | Ultimo aggiornamento: 9 Maggio 2011 12:06

Confindustria che non vuole più delegare alla politica, che si prende in carico l’Istituto del commercio estero (Ice), che vuole promuovere la diffusione della lingua inglese e  allo stesso tempo il made in Italy, il rilancio del settore manifatturiero e gli investimenti sui “cervelli”, sulla ricerca. E’ l’associazione di categoria fotografata da Dario Di Vico sul Corriere della Sera dopo il weekend delle Assise Generali 2011 a Bergamo.

Una serie di buoni propositi che secondo Di Vico andrebbero messi in pratica partendo da una riorganizzazione interna, che snellisca certi eccessi “romani”, certe ipertrofie di burocrazia e di poltrone:

Oggi quella presieduta da Emma Marcegaglia si presenta come un’organizzazione a delega eccessivamente lunga, incomprensibile nell’epoca di Facebook e Twitter come si è visto persino dal resoconto pubblico dei lavori di ieri. C’è un centro romano pletorico e molte duplicazioni di strutture, la vita interna si svolge lungo cerimoniali e procedure che non hanno più ragione d’esistere e via via si è formato un ceto di «professionisti della rappresentanza» — come li ha definiti dal palco l’ex direttore generale Stefano Parisi —, continuamente a caccia di una presidenza. Per non parlare dei convegni che animano i borghi di S. Margherita Ligure o Capri e durante i quali gli imprenditori, giovani o attempati che siano, servono solo a misurare gli applausi del politico di turno.

Ridisegnare Confindustria non è un’operazione che si possa chiudere in 24 ore, però a Bergamo è parso chiaro che la riforma passa da un rinnovato protagonismo di territori e categorie.

Ascolto è stata la parola chiave dell’Assise, dovrebbe diventarlo anche nella routine della confederazione. Se queste sono state le confortanti primizie emerse nell’adunata di ieri è sulle tendenze del modello capitalistico italiano post-Grande Crisi che ancora non pare sia maturata un’analisi condivisa. Si sentono discorsi diversi. La sottolineatura dell’orgoglio del manifatturiero che fa dire a mo’ di battuta al presidente di Assolombarda, Alberto Meomartini, che «noi dovremmo tifare per Manchester più che per Barcellona» .

La richiesta ai Piccoli di muoversi, di battere la sindrome dell’appagamento e costruire aziende più grandi che possano competere con maggiori chance sul mercato globale. L’enfasi più che giustificata sui temi della ricerca che in Italia avrebbe bisogno di investimenti per almeno un miliardo di euro. Si dicono cose diverse e non necessariamente in contraddizione tra loro, ma si parla poco di rispecializzazione del modello Italia e altrettanto poco di capitalismo delle reti. Se riprenderemo a crescere molto dipenderà dalla capacità che avremo di creare una nuova catena del valore lungo l’asse fornitura-fabbrica-logistica-distribuzione. Alcuni prodotti tipicamente nostri vanno reinventati, altri vanno portati in tempi certi sugli scaffali giusti di Paesi nuovi. Nella descrizione di questo sforzo si può leggere l’oroscopo dell’industria italiana.