Coronavirus, Fed non basta: Borse europee ancora in rosso, bruciati 255mld in un giorno

di redazione Blitz
Pubblicato il 16 Marzo 2020 19:17 | Ultimo aggiornamento: 16 Marzo 2020 19:18
Coronavirus, Fed non basta: Borse europee ancora in rosso, bruciati 255mld in un giorno

Coronavirus, Fed non basta: Borse europee ancora in rosso, bruciati 255mld in un giorno (Foto archivio Ansa)

ROMA – Il coronavirus continua ad affossare le borse europee nel giorno in cui appare chiaro che l’emergenza non è un problema solo italiano. Non basta nemmeno la mossa a sorpresa della Fed, che nella serata di domenica ha praticamente azzerato i tassi, a fermare l’emorragia.  

La nuova seduta ampiamente in ribasso delle Borse europee ha causato uno scivolone dell’indice StoxxEurope600, che raggruppa i principali titoli quotati sui listini del Vecchio continente, del 4,9%, un calo che equivale a 255 miliardi di capitalizzazione bruciati in una giornata. Piazza Affari è la peggiore, chiudendo col -6,10%, mentre Parigi perde il 5,75%, Francoforte si ferma al -5,25% e Londra al -4,13%.

Lo spettro di una crisi finanziaria anche peggiore del 2008 è in grado di innescare non una recessione ma una depressione globale. Perché questa volta le banche centrali hanno le armi spuntate, o quasi, avendo dato tanto durante quel disastro finanziario. E perché molte delle Borse che stanno andando a picco, da Wall Street a Francoforte, provengono da mesi di massimi record spesso pompati: un castello di carte che per crollare non aspettava altro che l’innesco, arrivato dal coronavirus in un 2020 che già da solo si presentava pieno di pericoli economici.

Sta tutta qui la spiegazione del perché neanche la riunione d’emergenza di domenica sera della Fed – taglio dei tassi di ben un punto al livello zero, quantitative easing da 700 miliardi in più, maxi-liquidità – sta impedendo l’ennesimo tracollo sui mercati. A testimonianza che il crollo delle Borse seguito alla riunione della Bce giovedì, al netto degli errori di comunicazione della presidente Christine Lagarde, è più il frutto dell’impotenza di fatto delle banche centrali che di un’inazione europea.

Basta guardare al bilancio delle due banche centrali, quello della Bce è il doppio, in percentuale del Pil, rispetto alla Fed. A richiamare alla mente quanto avvenuto oltre 10 anni fa sono ora le swap lines della Fed, che forniscono liquidità in dollari a termini ancor più favorevoli di allora anche fuori dagli Usa – in accordo con le banche centrali di Eurozona, Gran Bretagna, Giappone, Svizzera.

Significa che c’è un cash crunch, un’insufficienza di liquidità in dollari, di dimensioni globali: lo shock economico causato dal coronavirus, il colpo micidiale al commercio globale, ai viaggi, all’attività economica, sta mettendo in ginocchio le imprese. Che si trovano costrette a liquidare posizioni, facendo incetta di liquidità in dollari – a tutt’oggi principale valuta di riserva globale – per far fronte a scadenze, pagamenti, o semplicemente per stare a galla.

Vendere tutto: in Borsa, e contemporaneamente anche sui treasuries che invece dovrebbero essere il porto sicuro, pur di avere cash. Lo shock al commercio è tale che le lettere di credito che le banche tipicamente concedono alle aziende che fanno interscambio, denominate all’80% in dollari, rischiano di diventare un grosso buco nero.

Ecco, dunque, muoversi la Fed di concerto con le sorelle globali. Eppure anche oggi le perdite in Borsa girano sul 10% in Europa e Wall Street apre a circa -7%. L’incognita su quanto durerà il coronavirus, l’ondata recessiva, fanno supporre che molte società potrebbero essere spazzate via. E dunque la Fed, o la Bce, stanno facendo un tentativo disperato fatto di liquidità e prestiti iniettati a forza nell’economia reale. Che però, come il famoso cavallo che non beve, avrebbe prima bisogno di una spinta alla domanda aggregata.

Il debito globale, pubblico e privato, è stellare, come da anni avverte la Banca dei regolamenti internazionali: un fattore che ostacola l’utilizzo dello stimolo di bilancio, unica alternativa possibile. Armi spuntate, dunque. Peggio del 2008. Perché se è vero che Piazza Affari non ha visto granché della ripresa, Wall Street o Francoforte vengono da mesi di record.

Frutto di una ripresa durata un decennio il cui ciclo si è definitivamente spezzato. Ma anche di aiuti fiscali e artifici finanziari – guardare alla voce buyback di molte grosse aziende statunitensi – che hanno tenuto in vita finché possibile il miracolo Trump. Ma, soprattutto, allora le munizioni delle banche centrali erano più ampie.

Oggi, poi, il commercio è molto più di allora finanziato anche dal settore non bancario, che a questa ondata (insufficiente) di liquidità destinata alle banche non accede. E ruota spesso attorno alla Cina, che non ha swap lines con la Fed: in un’economia mondiale più isolazionista, nulla vieta alla People’s Bank of China, una volta che avrà esaurito la liquidità in dollari, di liquidare un po’ alla volta il suo enorme portafoglio di treasuries americani. Di fatto sterilizzando, in parte, i 700 miliardi di Qe americano.

Fonte: Ansa