Economia

Corruzione, “in Italia pesa come mezza Europa”: dati non omogenei, un non senso

Corruzione, "in Italia pesa come mezza Europa": dati non omogenei,  un non senso

Corruzione, “in Italia pesa come mezza Europa”: dati non omogenei, un non senso

ROMA – La corruzione in Europa è un fenomeno dilagante: lo pensano 3 europei su 4, praticamente 4 italiani su 4 (il 97%), anche se quando si tratta di dichiarare se effettivamente si siano ricevute proposte indecenti di mazzette gli italiani rispondono sì per la metà della media europea. La Commissione europea guidata da Cecilia Malmstrom ha licenziato il Rapporto sulla corruzione: il dato più significativo riguarda quella quota di 120 miliardi di euro riferibili al fenomeno. Tanto, tantissimo, che però non può essere messo in relazione con la quota imputabile all’Italia: 60 miliardi.

Così hanno titolato i grandi giornali (il Corriere della Sera in prima pagina), con l’inevitabile conseguenza logica che metà della corruzione sia colpa dell’Italia. Un non senso, a naso: un errore da matita blu (fra l’altro nel Rapporto non lo si avalla pur prendendo in considerazione il dato della Corte dei Conti) perché i dati, i parametri e i criteri non sono omogenei, per cui si finisce per sommare le mele alle pere. Libero Quotidiano attribuisce questa tendenza ad affliggerci più del consentito e e più del plausibile a un inestirpabile “tafazzismo” nazionale (e parecchio provinciale).

A pagina 100 della relazione scritta del procuratore generale Lodovico Principato nel 2012 (testo cui il report Ue largamente attinge) si legge: «La Commissione Ue […] stima che la corruzione costi all’economia dell’Ue 120 miliardi di euro l’an – no. […] Se l’entità monetizzata della corruzione annuale in Italia è stata correttamente stimata in 60 miliardi di euro dal SAeT del Dipartimento della Funzione Pubblica […] l’Italia deterrebbe il 50% dell’intero giro economico della corruzione in Europa! Il che appare invero esagerato per l’Italia». (Martino Cervo, Libero Quotidiano)

 

Glissa, però, il quotidiano di area berlusconiana, sui rilievi specifici che la Commissione ha fatto all’Italia: troppi legami tra criminalità e politica, troppe leggi ad personam e tentativi di bloccare i processi, leggi la prescrizione, “Oltre 30 componenti del passato Parlamento sono stati o sono indagati per corruzione o finanziamento illecito ai partiti”. Non c’è scritto nero su bianco “Berlusconi” ma i casi rappresentati sono inequivocabili (da Nicola Cosentino al processo Mills).

L’analisi di Bruxelles mette in questione, e fra le righe condanna, l’intera stagione degli interventi giudiziari del Pdl. Giura che i tentativi di definire un quadro giuridico in grado di garantire l’efficacia dei processi «sono stati più volte ostacolati». In «diverse occasioni» il Parlamento «ha approvato, o ha tentato di far passare, leggi ad personam a favore di politici imputati in procedimenti penali, anche per reati di corruzione». Dalli dunque alla «prescrizione breve» come al «lodo Alfano», al «legittimo impedimento» come alla «depenalizzazione del falso in bilancio». E’ il dito puntato sulla gestione Berlusconi. (Marco Zatterin, La Stampa)

Tornando al tafazzismo italico, è difficile accettare come oro colato le rilevazioni della Ong Transparency International che nel suo rapporto sulla corruzione piazza l’Italia al 69° posto al mondo, dietro Bulgaria e Grecia e, bontà sua, a pari merito con la Romania.

 

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