Crisi, Bernanke difende la mossa Fed e attacca la Cina sui cambi

Pubblicato il 19 Novembre 2010 20:44 | Ultimo aggiornamento: 19 Novembre 2010 21:19

Ben Bernanke

La strategia perseguita dalla Banca centrale americana aiuta a sostenere la ripresa globale e supporta il valore del dollaro. Il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, difende le nuove misure di stimolo monetario dopo la pioggia di critiche dal fronte interno Usa e da quello internazionale, a partire dai mercati emergenti, Brasile e Cina in testa. E anzi, non si fa scappare l’occasione per lanciare una nuova stoccata proprio alla Cina – seppure senza citarla – ritenuta colpevole di svalutare la propria moneta per gonfiare l’export.

Pechino, intanto, porta avanti la sua battaglia contro l’inflazione e la minaccia di bolle speculative che proprio la politica degli Usa rischia di alimentare: per la quinta volta nel giro di un anno le autorità cinesi hanno messo mano a una stretta sul credito aumentando i requisiti di riserva obbligatoria per le banche.

Da un convegno di banchieri centrali a Francoforte, Bernanke lancia l’autodifesa e spiega perché è stato necessario varare un piano da 600 miliardi di dollari per tornare ad acquistare titoli del Tesoro in modo da aiutare la ripresa e supportare il valore del dollaro. Un punto quest’ultimo difeso anche dal presidente della Bce, Jean-Claude Trichet che ha ribadito come sia ”molto importante” avere un dollaro forte.

Bernanke è stato chiaro ”il modo migliore per continuare garantire i robusti fondamentali economici che sostengono il valore del dollaro, così come di alimentare la ripresa globale, è attraverso politiche che portino a far ripartire una crescita solida in un contesto di stabilità dei prezzi”. E ha poi messo in evidenza come la ripresa economica globale sia ”a due velocità” e come questo renda ”difficile” la collaborazione internazionale e giustifichi le scelte ”differenti” compiute dalle economie avanzate e le economie emergenti.

Il governatore della Fed, così, punta il dito sul capitolo spinoso degli squilibri globali, rimasto peraltro irrisolto all’ultimo vertice G20, e ribadisce che ”le tensioni fra i vari Paesi si sono intensificate, minacciando potenzialmente la capacità di trovare soluzioni globali a problemi globali”.

Da qui la critica, neanche troppo velata, nei confronti della Cina sulla svalutazione competitiva delle monete perseguita da alcuni Paesi emergenti con ampi surplus commerciali. ”La sottovalutazione delle divise di Paesi in avanzo sta impedendo i necessari aggiustamenti internazionali e creando effetti di contagio che non esisterebbero se i tassi di cambio riflettessero in maniera più adeguata i fondamentali di mercato”, ha detto ancora Bernanke spiegando che ”per Paesi importanti dal punto di vista sistemico, e con avanzi commerciali persistentemente elevati, il perseguimento di una crescita guidata dall’export non può avere successo fino in fondo se non si tiene conto delle implicazioni di questa strategia per la crescita globale e la stabilità”.

Ma per i mercati emergenti proprio la strategia della Fed rischia di creare distorsioni innescando ondate di flussi di capitale e indebolendo il dollaro a scapito della altre monete. Pechino sta facendo i conti con la minaccia di bolle speculative e la stretta sul credito annunciata oggi – la seconda in una settimana e la quinta in un anno, oltre al rialzo dei tassi di interesse deciso appena un mese fa – è anche una contromossa volta ad arginare gli afflussi di capitale favoriti dalla politica Usa. Alla fine, però, l’inasprimento della Cina frenerà l’attività economica e rischia di compromettere la ripresa globale. Lo sanno bene i mercati con le Borse mondiali che già anticipano un rallentamento dell’ economia.