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Crisi dimenticata: crescono banche ”too big to fail”

Pubblicato il 3 Dicembre 2009 8:57 | Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2009 9:34

bancheGli stati non potranno più andare in soccorso delle banche. I soldi dei contribuenti non dovranno più essere utilizzati per tappare i buchi della finanza spericolata. Le banche dovranno subire una drastica cura dimagrante. In modo che non ci siano più le cosiddette “too big to fail”, troppo grandi per fallire, a meno di scatenare un gigantesco effetto domino, come è avvenuto dopo il fallimento della Lehman Brothers. Questa è, o dovrebbe essere, una delle principali lezioni della crisi dei mercati, che ha avuto il suo epicentro proprio nel “chapter eleven” della banca americana.

Ma a un anno dal crack delle borse non sembra che questa lezione sia servita. Soprattutto in Europa dove il perimetro di azione delle banche, invece di restringersi, si è allargato. Dal 2007 le attività degli istituti di credito sono cresciute del 25%. Negli Stati Uniti l’aumento è stato del 20 per cento.

Secondo una ricerca dell’agenzia Bloomberg, negli ultimi due anni, 353 istituti di credito hanno aumentato le loro attività. Tra loro 15 hanno addirittura superato il prodotto interno lordo nazionale (nel 2007 erano 10). Il valore degli asset della francese Bnp Paribas, per esempio, dal 2007 a oggi è cresciuto del 59%, raggiungendo l’astronomica quota di 2 mila e 290 miliardi di euro (il 117% del Pil francese). La britannica Barclays ha fatto segnare un +55% e ha iscritti a bilancio asset per mille e 550 miliardi di sterline (il 108% del Pil britannico). Quelli di Banco Santander sono pari al prodotto interno lordo spagnolo a quota 1,08 mila miliardi di euro.

Una riduzione delle dimensioni degli istituti di credito viene auspicata da più parti. Dallo scoppio della crisi, i governi europei hanno sborsato 5 mila e 300 miliardi di dollari in aiuti di stato o salvataggi bancari. “Se ci fosse un’altro grosso fallimento bancario, dubito che le finanze di alcune piccole nazioni possano reggere il colpo” commenta Tom Kirchmaier della London School of Economics. Ma attualmente le autorità nazionali e comunitarie non hanno alcun potere in questo senso. A meno che non si tratti di istituti che hanno ricevuto aiuti pubblici. Recentemente per esempio, in cambio del via libera al piano di ristrutturazione, è stata imposta la vendita di asset al gruppo olandese Ing, alla britannica Lloyds Bank e alla belga Kbc.