Crisi. Le banche se la godono, i Paesi soffrono: così l’Europa rischia il collasso

Pubblicato il 1 Dicembre 2010 11:32 | Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre 2010 11:32

I mercati europei proseguono il loro percorso d’instabilità, nel timore di un nuovo caso Grecia, di un nuovo caso Irlanda. La debolezza di Eurolandia e della moneta unica sarebbe, secondo quanto scrive Mario Deaglio sulla Stampa, sarebbe il “risultato di due evoluzioni parallele”.

La prima evoluzione è di tipo finanziario, e ha alla base l’incapacità degli istituti bancari internazionali di “comprendere la natura e le dimensioni della natura della crisi in atto”.

Una volta salvati dal baratro grazie all’intervento dei governi, che hanno fornito loro risorse che dovranno essere risarcite dai contribuenti futuri, i Paesi (come Stati Uniti o Gran Bretagna) non hanno cambiato il loro atteggiamento. Si è così fatto enorme il contrasto tra i controlli rigorosissimi a cui sono sottoposti Stati come Irlanda, Portogallo o Grecia, e quelli leggerissimi a cui devono sottostare le banche internazionali (con conti spesso superiori agli stessi conti pubblici dei Paesi sotto esame). O la discrepanza tra le banche che hanno beneficiato dei prestiti dei governi e i Paesi che per quei prestiti devono sottostare a misure severissime.

Questo è il quadro in cui si inserisce la situazione critica dell’Europa dalla metà del 2005 , dopo l’alt alla costituzione europea da parte di Francia e Olanda, bocciando di fatto anche la nascita di un vero e proprio Stato europeo. Così l’Ue si è trovata di fronte alla crisi “senza avere gli strumenti necessari per governare un grande sistema economico-finanziario, com’è quello dell’euro”, e senza la possibilità di conoscere la “vera  consistenza dei prodotti finanziari che contengono titoli ‘infetti’, ossia provenienti dai Paesi dell’area euro in particolare difficoltà”. Tutte queste sono premesse ad una situazione di stallo che impone all’Ue lunghi e laboriosi summit invece di rapide  decisioni.

A tutto questo va aggiunto il diffuso allarmismo sull’euro, che accentua le paure degli operatori, accrescendo i pericoli per il sistema. “Aumenta così la preoccupazione per il cambio in discesa dell’euro, anche se i livelli ai quali è ora quotato erano ritenuti soddisfacenti qualche mese fa e, per rifinanziare i titoli pubblici in scadenza, i Paesi in difficoltà devono pagare un ‘premio per il rischio’ ormai a livelli record, sottraendo così risorse alla spesa pubblica.

“La debolezza dell’euro, sottolinea Deaglio, è almeno in parte frutto di questa situazione mentre sussistono interrogativi più sostanziali sulla tollerabilità sociale delle manovre finanziarie imposte a Grecia e Irlanda, e forse in un prossimo futuro anche a Portogallo e Spagna; a questi Paesi viene prescritto di rientrare dal proprio eccesso di debito in 3-4 anni, con inevitabile disoccupazione e una generale, grave sofferenza sociale”. Il pericolo è che si diffonda la convinzione che tutto ciò avviene per rafforzare i bilanci delle grandi banche, con la conseguenza di un rigetto politico di manovre di risanamento troppo dure.

“In un simile, burrascoso contesto l’Italia si trova – non si sa per quanto tempo ancora – in una zona di relativa calma”: il debito pubblico italiano, per quanto elevato, è molto stabile, e le banche italiane non sono entrate, “nel girone caldo della finanza internazionale e per conseguenza l’esposizione italiana al rischio dei quattro Paesi sopra indicati è minima”.

Per motivi di finanza internazionale, “la crisi politica di fatto in cui si trova l’Italia non può essere aperta al buio né esser gestita come se il debito pubblico italiano non esistesse e non fosse, per circa metà, in mani estere. E’ difficile sciogliere questi nodi sempre più aggrovigliati ma qualche tentativo deve essere fatto. Prima che questi vengano sciolti strappando i capelli e procurando un male non necessario”.

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