Italia in crisi, regge l’urto chi ha investito nei Paesi emergenti

Pubblicato il 8 Agosto 2011 15:12 | Ultimo aggiornamento: 8 Agosto 2011 15:12

ROMA – Se la Borsa italiana continua a soffrire e si allarga il differenziale tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi, le multinazionali italiane, tascabili o meno, continuano ad approfittare del ciclo espansivo globale.

Nel 2011 l’economia del pianeta dovrebbe crescere del 4,5% in termini di Pil, un incremento tutt’altro che minimo. In particolare, il Fondo Monetario Internazionale nel suo ultimo World Economic Outlook (WEO) stima al 4,4% la crescita del Pil mondiale per l’anno in corso.

Certo, l’espansione riguarda soprattutto alcuni paesi, mentre la principale economia del pianeta, quella americana, continua a segnare il passo nonostante la politica monetaria molto accomodante della Fed, la banca centrale Usa.

Ma nel 2011, tra i paesi in crescita almeno del 4%, ce ne sono diversi molto importanti quali: Cina (+9%), Polonia (+4,2%), Russia (+4,3%), Svezia (+4,4%), Turchia (+6%), India (+7,8%), Corea del Sud (+4,2%), Brasile (+4%) e Arabia Saudita (+6,3%).

Molti di questi sono mercati nei quali la presenza delle multinazionali italiane è già consolidata da tempo, un dato che offre le condizioni migliori per bilanciare la scarsa crescita del Pil italiano.

Gruppi come l’Enel, ad esempio, detengono all’estero oltre il 60% degli asset e generano più di un terzo dei ricavi annui al di fuori dei confini italiani. Sono, quindi, nella posizione di poter gestire con un minimo di tranquillità il rallentamento della domanda domestica puntando sulla crescita delle quote di mercato estere.

Nel caso di Enel, nel primo semestre del 2011, il calo del fatturato generato dall’Italia è stato più che compensato dalla crescita delle vendite in Russia ed in America Latina. Il risultato per la multinazionale italiana è stata una crescita a doppia cifra, +10,3%, del fatturato consolidato nel primo semestre dell’anno.

Questi dati servono per avere una lettura meno deterministica e pessimistica dell’economia italiana. Basti pensare, ad esempio, che l’export manifatturiero italiano nei primi cinque mesi del 2011 è cresciuto del 17%, in linea con quello tedesco che ha segnato un +17,7%, a riprova degli effetti di trascinamento che la fase espansiva globale sta producendo.

Una parte del Pil del Bel Paese è ormai agganciato al ciclo globale e di esso beneficia a prescindere dall’andamento concreto dell’economia domestica.

Una bassa crescita italiana può essere più che compensata da quella estera, così da favorire il conseguimento dei target di piano industriale e l’attuazione delle politiche dei dividendi promesse agli azionisti.

Tradurre o trasformare tout court la fase non facile dell’economia italiana, nell’analisi della perfomance industriale o di bilancio delle multinazionali, è una prospettiva di analisi che aiuta poco nel mondo effettivamente globalizzato nel quale avvengono gli scambi commerciali e finanziari contemporanei.

I gruppi che per tempo, cioè prima del manifestarsi della crisi di sostenibilità dei debiti pubblici dei paesi occidentali, hanno saputo diversificare le proprie attività, puntando ai mercati emergenti, ora possono navigare tra i marosi della volatilità dei mercati finanziari con meno preoccupazioni.

E questo minor livello di incertezza si estende anche al rating, cioè alla rischiosità specifica, delle singole imprese che solo in parte è correlato con quello dello Stato. Laddove una multinazionale produce una parte importante dei suoi ricavi all’estero, la rischiosità del suo business non è più spiegabile facendo riferimento totalmente o esclusivamente a quella del paese dove ha il quartier generale, ma diventa in buona parte funzione dell’andamento dell’economia globale.

Ecco spiegato perché oggi per capire le tendenze portanti è molto più importante leggere le statistiche del commercio internazionale e della finanza mondiale che seguire i soli andamenti delle borse nazionali.