Crisi: la leggenda dei derivati scomparsi. Pesano per 4 mila miliardi sulle banche Ue

Pubblicato il 29 Aprile 2011 15:29 | Ultimo aggiornamento: 29 Aprile 2011 15:29

MILANO – La crisi finanziaria ha “ucciso” i derivati? Guardando i bilanci delle grandi banche europee la risposta non può essere che no. La lezione della Lehman, insomma, sembra non interessare minimamente gli isituti di credito.

A sostenerlo, dati alla mano, è Franco Pavesi che sul Sole 24 Ore presenta un’analisi dettagliata che parte dai numeri, le percentuali in bilancio dei derivati.

Qualche cifra: la Deutsche Bank, leader del settore dei titoli strutturati “a fine giugno 2010 – contava, scrive Pavesi citando stime di Mediobanca R&S – ben 800 miliardi di derivati su un attivo di bilancio di 1.925 miliardi. Una montagna di denaro in prodotti strutturati che vale ben il 40% dell’intero bilancio del colosso tedesco. Non che l’anno prima, il 2009, e cioé un anno dopo lo scoppio della mina Lehman, le cose andassero tanto diversamente. I derivati assommavano all’epoca a meno di 600 miliardi. Meno certo, ma su un attivo della banca più basso a quota 1.500 miliardi. Quindi con un peso relativo analogo intorno al 40%. A fine del 2010, il peso, secondo le rilevazioni di R&S Mediobanca, è sceso. Di parecchio, ma sempre (vedi tabella) con un valore pari a oltre un terzo delle attività”.

Quello della Deutsche Bank, però, non è un caso isolato. In media, i derivati incidono per il 20% del valore totale delle attività. “Una potenza di fuoco – spiega il Sole 24 ore – che vale 4000 miliardi di euro”. Significa semplicemente che, lungi dal consigliare prudenza, la crisi finanziaria non ha insegnato nulla alle banche. Dal 2008 a oggi il ricorso agli struttturati è aumentato.

“Solo nel primo semestre dell’anno scorso – scrive Pavesi – il peso dei derivati nei conti delle banche europee è salito del 26% a quota 4mila miliardi dai 3.200 del 2009. Oltre a Deutsche Bank ha i portafogli gonfi di derivati Ubs che vanta 380 miliardi di strutturati su mille miliardi di attivo. Con percentuali vicine al 30% degli asset spiccano Royal Bank of Scotland e Barclays”.

Più “sagge” in media, le due grandi banche italiane, Unicredit e Intesa Sanpaolo. I derivati ci sono, ma in percentuali decisamente più contenute, attorno al 10% delle attività totali.

Altro dato significativo, per quanto riguarda le due banche italiane è la cosiddetta leva finanziaria, ovvero il rapporto tra capitale netto e attività. Una leva alta è indice del fatto che una banca opera utlizzando capitali non propri con conseguente rischio di erosione del patrimonio in caso di svalutazione di parti dell’attivo. Quanto a leva finanziaria Unicredit e Intesa Sanpaolo sono al 22,7 e 22,3%, sotto la media Ue del 30% e molto al di sotto di istituti come Dexia (87%) e Deutsche Bank (63,7).