Rivolte in Nord Africa: c’è la crisi del petrolio e il pane costerà di più

Pubblicato il 8 Marzo 2011 8:42 | Ultimo aggiornamento: 7 Marzo 2011 19:43

MILANO – Libia, Tunisia, Egitto. Ma anche Bahrein, Yemen e Giordania. Negli ultimi mesi, con un rapido effetto-domino, si sono succedute le rivolte popolari in paesi del Nordafrica e del Medio Oriente. Sommosse per scardinare una situazione interna dominata da regimi repressivi, ma con effetti anche sulla vita dell’Occidente, soprattutto in termini di approvvigionamento energetico con il prezzo di petrolio e benzina in costante ascesa. Zona tormentata. Una problematica che occorre analizzare con un’ottica globale, come spiega Gianluca Spina, direttore del consorzio universitario MIP – Politecnico di Milano: «Oggi parliamo soprattutto di Libia, ma in realtà si tratta di una vasta area che va dal Marocco, a ovest, fino ai paesi del Golfo, con in mano gran parte dell’approvvigionamento energetico mondiale e completamente instabile».

Guerra del pane. Una crisi petrolifera, ma nata dalle distorsioni di un altro mercato: «Le difficoltà attuali sono figlie della crisi delle commodities alimentari, che ha portato all’aumento del prezzo dei generi di prima necessità. Non a caso la rivolta tunisina è stata ribattezzata “la rivoluzione della baguette”». Un meccanismo, prosegue Spina, innescato da diversi fattori: «L’Asia sta uscendo dalla povertà e dal sottosviluppo più rapidamente del previsto. Ma a fronte di ciò, la produzione mondiale di cibo non è cresciuta più di tanto. Non è aumentata l’estensione delle terre coltivate, gli investimenti in tecnologie agroalimentari sono rimasti limitati e mancano politiche globali coordinate che investano l’intera filiera, attraverso l’industria e la distribuzione».

Errori. Cause scatenanti alle quali si sommano responsabilità politico-finanziarie: «La strategia della banca centrale americana, che ha inondato i mercati di liquidità, è stata sicuramente negativa perché parte di queste risorse ha preso la via della speculazione sulle commodities». Un quadro potenzialmente preoccupante, conclude Spina, ma non ancora irreversibile: «Due anni fa il barile di petrolio era a 50 dollari. Se le tensioni dovessero proseguire, esistono scenari secondo i quali potrebbe arrivare anche fino a 130-140 e oltre da qui a sei mesi. Ma nel breve periodo non vedo un rischio energetico reale perché vi sono scorte significative e possibilità alternative di approvvigionamento da altri paesi».