La crisi (non va) al ristorante: chiusi quasi 9.000 esercizi

Pubblicato il 12 agosto 2012 17:05 | Ultimo aggiornamento: 12 agosto 2012 17:27
Mariano Bella

Mariano Bella (Foto Lapresse)

ROMA – Diceva l’allora premier Berlusconi che la crisi non c’era perché i ristoranti erano tutti pieni. Ora la crisi c’è e i ristoranti non sono solo vuoti, ma novemila non ci sono più.

Il saldo tra aperture e chiusure è negativo, le cifre di Confcommercio parlano di 8.857 esercizi che andati in fumo: a fronte di 15.772 iscrizioni si contano ben 24.629 cessazioni.

”E’ un dato molto brutto e non può attribuirsi a un fisiologico processo di selezione, si tratta di una vera e propria patologia che distrugge anche il tessuto connettivo delle relazioni sociali, andando ad incidere sui momenti di convivialità”, spiega il direttore dell’Ufficio studi della Confcommercio, Mariano Bella.

Per il 2012 le speranze sono davvero poche: ”Essendo un anno di crisi mi aspetterei dati non migliori sui ristoranti”, sottolinea Bella. Insomma la scure della recessione potrebbe abbattersi ancora sul comparto, che già ha pagato dazio oltre che durante lo scorso anno anche nel 2010 (-4.057) e 2009 (-5.474).

Allargando lo sguardo, Confcommercio rileva come il 2011 sia stato negativo per tutto il settore che raggruppa le attività del turismo, del tempo libero e delle comunicazioni.

Nel complesso il comparto ha fatto registrare, tra iscrizioni d’imprese e cancellazioni, un saldo negativo per oltre 13mila aziende. Quindi, si legge nel rapporto, ”il numero delle cessazioni è stato elevato in tutte le componenti del settore”, raggiungendo il picco nei servizi di ristorazione (67% del totale delle cancellazioni dell’aggregato).

Hanno così fatto le spese della crisi le imprese che offrono servizi di alloggio, come gli alberghi, (-837), le agenzie di viaggio (-393) e le attività d’intrattenimento (-1.317).

Tutte performance che evidenziano, si legge nello studio, ”una frenata della dinamicità del settore che ha risentito fortemente del ciclo recessivo della nostra economia e conseguentemente della ridotta domanda di servizi da parte delle famiglie”.

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