Debito pubblico: in barca con l’elefante

di Paolo Forcellini
Pubblicato il 18 Marzo 2011 19:55 | Ultimo aggiornamento: 18 Marzo 2011 19:55

ROMA – Se 232 miliardi (di euro) vi sembran pochi… A tanto ammonta la crescita del debito pubblico italiano da quando Silvio Berlusconi è risalito al potere (maggio 2008). Eppure, pur con tutte le sacrosante critiche che gli si possono muovere, non si può dire che il Berlusconi quarto abbia operato all’insegna della finanza allegra. Le dimissioni e le minacce di gettare la spugna giunte nei giorni scorsi ne sono un’ulteriore controprova: se n’è andato il presidente del Consiglio superiore per i beni culturali, Andrea Carandini, dopo i ripetuti tagli subiti dal ministero del dimissionario Sandro Bondi; minaccia di andarsene Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega per la Famiglia, sostenendo che il suo budget è stato ridotto del 90 per cento. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, viene apostrofato “Signor No” da molti suoi colleghi di partito che fanno sempre più fatica a sopportare i suoi rifiuti di allargare i cordoni della borsa. I risultati non solo gli danno ragione ma dimostrano che la forbice di Tremonti più che essere una terapia d’urto di lacrime e sangue è stata una cura omeopatica di fronte alla gravità dello squilibrio dei conti pubblici.

Si dirà: è tutta colpa di un triennio di crisi. Ma è vero solo in parte: le entrate fiscali non sono poi andate così male come ci si poteva attendere con questi chiari di luna: nel 2010 sono leggermente aumentare (più 0,3 per cento, escludendo l’effetto delle una tantum; per l’Irpef addirittura un più 4,4). Si poteva fare meglio se non fosse stata abolita l’Ici sulla prima casa, unica imposta “federalista” esistente e patrimoniale ordinaria, certo più accettabile di quelle straordinarie di cui si è straparlato di recente, ancorché viziata da una base imponibile solo immobiliare e dalle iniquità insite in un catasto con valori aleatori, lontani tra loro per beni simili e con scarse o nulle relazioni con quelli di mercato.

Che fare di fronte a questa inarrestabile deriva del debito pubblico, ormai al 120 per cento del Pil? La strada del continuo innalzamento del debito appare sempre più impraticabile, non è più nella disponibilità del governo di Roma che negli ultimi due-tre anni aveva potuto permetterrsi di riportare il debito al livello del 1995, dopo che Prodi lo aveva ricondotto con la Finanziaria 2007 al 104 per cento circa. L’Unione europea si appresta a dettar legge: due “paletti” sono ormai fissati, anche se nei prossimi giorni la trattativa potrebbe approdare ad alcune deroghe.

Il primo vincolo riguarda il percorso di rientro per i paesi il cui rapporto debito/Pil supera il 60 per cento: la parte eccedente, nel nostro caso all’incirca un altro 60 per cento, dovrà essere ridotta ogni anno di un ventesimo, vale a dire del cinque per cento. Quanto più aumenterà il Pil, tanto meno sarà pesante la decurtazione, ma le più ottimistiche fra le previsioni che si possono fare oggi indicano per i prossimi anni tassi di incremento del Pil compresi tra l’uno e il due per cento, certo inadeguati a farci tirare sospiri di sollievo. Non a caso lo stesso Berlusconi ha promesso nei giorni scorsi una “frustata” all’economia, fatta di liberalizzazioni e spesa mirata al rilancio, capace di “portare la crescita oltre il tre-quattro per cento in cinque anni”. Promesse da marinaio, con tutto il rispetto per gli uomini di mare, visti i precedenti e le casse statali vuote.