Redditi, tasse, lavoro: il “Decennio Perduto”. Chi se l’è preso?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 27 Maggio 2011 17:08 | Ultimo aggiornamento: 27 Maggio 2011 17:08

ROMA – Negli anni che vanno dal 2001 al 2010 l’Italia ha realizzato la peggiore performance produttiva tra tutti i paesi dell’Unione europea con un tasso medio annuo di crescita dello 0,2 per cento contro l’1,1 dell’area euro. Nel decennio antecedente alla crisi, per ogni ora lavorata, la produttività in Italia è salita del 3 per cento. Nell’area dell’euro di quasi cinque volte tanto, del 14 per cento. Negli stessi anni l’economia italiana è cresciuta complessivamente del 15 per cento, contro il 25 dei paesi dell’area euro. Secondo stime Ocse, nel 2011, la produttività del lavoro crescerà dello 0,8 per cento in Italia contro l’1,3 della media di Eurolandia e l’1,6 per cento di quella dei paesi Ocse. Dal 2002 al 2010 la pressione fiscale è cresciuta dal 41,3 per cento al 42,3 per cento. E non solo è aumentata: è tra le più alte in Occidente. Sono questi i numeri, è questo il volto di quello che la presidentessa di Confindustria Emma Marcecaglia ha definito “il decennio perduto”. Numeri forniti da fonti autorevoli quali il presidente dell’Istat Enrico Giovannini e il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi.

La definizione “decennio perduto” la si deve alla Marcecaglia. Ma alle stesse conclusioni erano già arrivati prima di lei anche altri illustri esponenti del mondo economico italiano. La stessa denuncia di aver perso tempo era stata già fatta, ad esempio, dal presidente dell’Istat Giovannini che pochi giorni fa aveva detto, presentando il rapporto annuale dell’istituto di statistica, “l’Italia ha realizzato la peggiore performance produttiva tra tutti i paesi dell’Unione europea”, con un tasso medio annuo di crescita dello 0,2 per cento contro l’1,1 dell’area euro. Come dire che siamo fermi da allora, che produciamo ogni anno poco più della ricchezza che producevamo nell’annus horribilis delle torri gemelle. Poco o niente a che vedere dunque con la grande crisi globale che è scoppiata nel 2009. Il sistema italiano ha dei limiti strutturali che vanno al di là della contingenza dell’ultima crisi.

Stesso copione anche per Mario Draghi che già un anno fa aveva denunciato la mancata crescita dell’ultimo decennio e più. E, per inquadrare la gravità della nostra situazione, aveva sottolineato un altro aspetto, quello della produttività. Nel decennio antecedente alla crisi, per ogni ora lavorata, la produttività in Italia è salita del 3 per cento, nell’area dell’euro, di quasi cinque volte tanto, del 14 per cento. “Negli stessi anni”, aveva chiosato poi il governatore nelle Considerazioni finali del 2010, l’economia italiana è cresciuta complessivamente “del 15 per cento, contro il 25 dei paesi dell’area euro”.
In tutto questo poi negli anni che vanno che dal 2002 al 2010 la pressione fiscale, le tasse, sono aumentate nel nostro Paese di un punto percentuale, arrivando al 42.3 per cento. E una pressione fiscale di questa portata, oltre a pesare ovviamente sui cittadini, scoraggia anche gli investimenti. Le tasse sono inoltre organizzate male, afferma l’economista dell’università di Milano Giorgio Barba Navaretti, “gravano enormemente su chi reinveste gli utili in azienda mentre sono bassissime per chi investe in capitale di rischio”. C’è poi il mantra di Confindustria da anni, che anche Barba Navaretti sottoscrive: “gli investimenti in infrastrutture sono inadeguati”. Nell’ultimo decennio, come ha rilevato più volte anche la Banca d’Italia, è cresciuta costantemente la spesa corrente della pubblica amministrazione – quella che va dagli stipendi alle risme di carta – mentre è in discesa altrettanto costante la spesa in conto capitale, quella per le infrastrutture. E, dulcis in fundo, il “decennio perduto” ha visto anche un nuovo balzo in avanti del debito pubblico che, mentre dal 1994 al 2003 aveva retto un percorso virtuoso di discesa dal 121,8 per cento al 103,8 per cento, è tornato a lievitare. Da allora, da molto prima della grande crisi, è salito di quindici punti di Pil, raggiungendo nel 2010 il 119 per cento del prodotto.

Il Governo smentisce, afferma che il paese non è fermo, che ci sono un sacco di belle idee per il futuro e che è pronto a raccogliere la sfida. Parole di fronte a numeri. L’Italia, forse, ha sentito meno degli altri paesi la crisi del 2009 proprio perché era già in crisi, era già ferma da prima. Nel quindicennio postbellico il nostro paese crebbe, e in un certo qual modo persino nacque, perché nulla c’era in Italia, del 260%. Il Pil procapite italiano salì in quei quindici anni del 260%. Certo era un altro mondo, certo era tutto diverso. Ma quella crescita impetuosa si fondò su due gambe: politica di investimenti pubblici e sacrifici dei lavoratori, sacrifici fatti per costruire qualcosa. Una performance simile non è pensabile e sarebbe persino risibile invocarla. Ma se vogliamo uscire dal “decennio perduto”, se vogliamo dare una sferzata alla nostra economia che sempre più somiglia nel suo procedere ad una tartaruga, qualche cosa va fatto. Il rischio è che ci troveremmo altrimenti tra qualche anno a parlare non di decennio, ma di ventennio perduto.