Donne d’impresa, Emanuela Cafulli: fare agricoltura in Sardegna, il ruolo delle donne ieri e domani

Donne d’impresa, Emanuela Cafulli: fare agricoltura in Sardegna, il ruolo delle donne ieri e domani, la più grande cooperativa femminile in Europa

di Orietta Malvisi Moretti
Pubblicato il 26 Giugno 2022 - 21:37
Donne d’impresa, Emanuela Cafulli: fare agricoltura in Sardegna, il ruolo delle donne ieri e domani

Donne d’impresa, Emanuela Cafulli: fare agricoltura in Sardegna, il ruolo delle donne ieri e domani

Donne d’impresa: Emanuela Cafulli. Signora dell’olio fra Firenze e Olbia. Una manager per l’azienda agricola del futuro. Emanuela Cafulli ha rilanciato, con grande successo, la storica azienda di famiglia alle porte della città di Olbia, in Sardegna.

Fiorentinissima, volitiva e testarda si era messa in testa di ridare lustro al grande oliveto, quasi sconosciuto per oltre 50 anni, situato lungo il fiume Padrongianus, da cui prende il nome l’omonima azienda agricola e l’olio extra-vergine che produce.

E c’è riuscita egregiamente. Ma non solo. Le imprenditrici dell’olio  – infatti – in Sardegna, sono una  realtà attiva e consolidata, un settore che conta numerose aziende olivicole a conduzione femminile. Emanuela Cafulli è riuscita ad imporsi per la qualità dell’olio “Padrongianus” ormai famoso in Italia e all’estero. Decollano in Italia, le imprese al agricole femminile ed Emanuela ne è un generoso esempio.
Le tenute della sua famiglia, Cafulli Marzano,  si estendono su due grandi poderi tra i comuni di Olbia e Tempio Pausania per circa  600 ettari. Emanuela Cafulli si  dedica prevalentemente all’attività agricola. Ma anche all’allevamento di bovini da carne di razza Limousine. Altra eccellenza che la fa primeggiare e l’ha resa famosa in Sardegna persino fra le allevatrici.  

Grazie ad Emanuela Cafulli, inoltre, l’intera azienda è oggi  in piena  fase di conversione all’agricoltura biologica. Ancora oggi, nella storica proprietà di famiglia, ci sono la casa patronale, le abitazioni di chi ci lavorava, capannoni e stalle.

Il suo olio “Patrongianus” ha già vinto prestigiosi premi anche se Emanuela non vuole correre da sola. Infatti  il Consorzio dell’Olio è un obiettivo importante  per costruire anche un frantoio.

”Voglio unire tutti gli ovicoltori”  e naturalmente anche questa è strategia per creare sviluppo nel territorio e non solo per la sua azienda. Con il cuore a Firenze e la testa in Gallura la ritroviamo in moto anche fra gli uliveti sardi, lancia in resta per le future e innovative strategie della sua azienda. È questo infatti  un settore che, da sempre,  fa onore all’Italia, così come anche ai nostri prodotti di eccellenza, e dove le donne, finalmente, ricoprono e  con meritato successo i ruoli apicali, spesso occupati  dagli uomini ma con meno fortuna.

Da fiorentina, come ha potuto conquistarsi la stima  delle imprenditrici sarde? 

Sicuramente lo storico maschilismo lascerà il posto a tante donne imprenditrici.

Già cominciamo a vedere questo fenomeno in Sardegna. Tantissime giovani conducono aziende lavorando in prima linea. Queste giovani sono pastori che vanno a mungere le pecore svegliandosi all’alba, o producono dell’ottimo olio promuovendolo su tutto il territorio nazionale. Sono figlie dei loro padri, sono figlie di questa terra aspra e dura ma estremamente ricca di un’energia vitale.

La donna nella società agropastorale ha sempre avuto un ruolo molto importante. Già dall’8 agosto 1962 nasce ad Oristano la Cooperativa Allevatrici Sarde composta da un ristretto gruppo di donne rurali che decide di unirsi a fare impresa, l’attività principale nei primi anni di vita della cooperativa è rappresentata da allevamento di polli nei cortili delle loro abitazioni.

Da questo gruppo di donne coraggiose e dinamiche, capaci di reinventarsi e modellarsi alle esigenze del tempo che scorre, nasce l’agriturismo o turismo rurale sul modello delle zone alpine. Successivamente sempre loro hanno creato laboratori di panificazione e dolci tipici sardi unendo le vecchie tradizioni tramandate da madre in figlia con un strategia più imprenditoriale.

Ora questa cooperativa conta ben 10.800 donne, figlie e nipoti di quel famoso gruppo che nel 1962 costruì la cooperativa, cosi che oggi, la  Sardegna può vantare di avere la più grande cooperativa al femminile d’Europa.

Cosa è cambiato nella strategia di conduzione delle varie aziende per fare fronte a questo momento così buio della nostra storia? 

La guerra Ucraina ed il Covid hanno portato alla consapevolezza di quanto sia precaria la globalizzazione e di quanto l’agricoltura giochi un ruolo assolutamente fondamentale.

La Sardegna è famosa per la sua grande ospitalità e così è stato fatto per il popolo ucraino.

 La coltivazione del grano in Sardegna era stata piano piano quasi abbandonata, ora dopo l’embargo dell’Ucraina i sardi, popolo abituato a risorgere dalle ceneri come l’araba Fenice hanno ricominciato a produrre grano. Infatti all’epoca di Giulio Cesare e successivamente con le grandi opere di bonifica all’epoca di Mussolini, la Sardegna veniva chiamata il granaio di Roma. Questa realtà storica  sottolinea che la Sardegna ha una cultura agricola millenaria nel cuore.

Lo storico maschilismo, lascerà il posto, finalmente, anche a queste infaticabili signore?

La Sardegna non è solo spiagge, mare turchese e jet set della Costa Smeralda. Infatti questa meravigliosa isola  ha il suo cuore pulsante nel mondo agropastorale: un mondo fatto di codici d’onore e di sudore. Il rispetto è il filo conduttore che lega in maniera indissolubile le persone che lavorano in questo mondo.

Noi siamo pastori e come tale mi sono posta nei loro confronti. Ho imparato a capire la loro lingua, i loro costumi, a vivere con loro e soprattutto a lottare per loro. Fare agricoltura in Sardegna è difficilissimo perché il clima, che i turisti amano tanto, non è certo amato da noi impegnati in questo settore così particolare. 

Lottiamo contro la siccità, con i pascoli che si seccano velocemente, con il fieno scarso, con la diffusione di malattie per il bestiame che bloccano la commercializzazione. I legami umani in Sardegna sono come una grande tela tessuta da vecchi e nobili telai, fatta da tanti fili che si intrecciano per formare disegni geometrici ricchi di colore e armonici fra loro. Essere uno di questi fili è ciò che ho fatto. 

Si parla di un riavvicinamento di tanti giovani alla terra e alla forza della natura, questo vale anche per i suoi figli?

Ho pensato a costruire una mente internazionale ed una cultura altrettanto internazionale per i miei figli  facendoli studiare e laureare in Inghilterra. Il mio obiettivo è stato quello di creare due uomini liberi in un mondo che spero sia libero. E la loro vita sarà una scelta libera anche nel mondo del lavoro.

Il loro impegno oggi li vede coinvolti nelle materie che hanno scelto di studiare.  “Chiropratico”, il primogenito l’altro invece, è più  portato al “commerciale”.  Alle aziende agricole ci penso io – sostiene Emanuela – e  ci penserò fino a quando potrò anche se  ho la consapevolezza, forse con un po’ di presunzione, che loro saranno in grado di continuare la mia gestione una volta che questo cambio generazionale arriverà.

A proposito di impresa sostenibile: quali le sue strategie future?

Credo nella sostenibilità, infatti sono entrata nel circuito biologico producendo l’alimentazione per i miei animali direttamente in azienda. Credo anche in un progetto che sto portando avanti con un GAL, quello del Marghine, territorio che si sviluppa nell’entroterra sardo. “Kentos erbas” cento erbe in lingua sarda è il nome del progetto.

Si parla di grass fed e grass finish “produrre animali o meglio carne utilizzando le essenze del territorio”. La Sardegna è una regione ricca di essenze nei pascoli creando dei sapori sia nelle carni che nei formaggi.