Draghi, Bce prolunga Quantitative easing fino a marzo 2017

di Edoardo Greco
Pubblicato il 3 Dicembre 2015 14:58 | Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2015 17:44
Draghi, Bce prolunga Quantitative easing fino a marzo 2017

Mario Draghi, presidente della Bce (AP Photo/dapd/Alex Domanski)

FRANCOFORTE – La Banca Centrale Europea prolungherà il Quantitative easing fino a marzo 2017. Lo ha annunciato il presidente della Bce Mario Draghi. Esteso quindi di altri sei mesi il piano di acquisti di titoli di Stato dei Paesi membri Ue, che era previsto fino a settembre. Saranno altri 360 miliardi di euro “iniettati” nel sistema economico dell’Eurozona a un ritmo di 60 miliardi di euro al mese. Draghi ha detto che il piano di acquisti riguarderà anche i titoli obbligazionari emessi dagli enti locali.

“Altra acqua perché il cavallo non beve”: altri soldi rimessi in circolo perché l’economia europea non è ripartita secondo le attese. Lo dicono i dati dell’inflazione, vicina allo 0 e quindi al rischio deflazione; e i dati del Pil, in crescita modesta, ma dopo anni di recessione.

In pratica è un’ammissione, da parte della Bce, che il piano di acquisti non sta funzionando come quello che attuò la Federal Reserve americana dopo la crisi in seguito alla bolla dei subprime e al fallimento di Lehman Brothers. Infatti la reazione dei mercati europei è stata negativa: all’annuncio di Draghi è seguito un immediato calo di tutti i listini azionari.

La Bce ha alzato le sue stime di crescita, portando la previsione per il 2015 a 1,5% da 1,4% di tre mesi fa. Per il 2016 la stima è invariata (1,75), per il 2017 sale a 1,9% da 1,8%.

La Bce reinvestirà il capitale in scadenza dei bond acquistati e questo reinvestimento andrà oltre marzo 2017, data in cui è previsto attualmente la fine del quantitative easing. Lo ha detto il presidente della Bce Mario Draghi, aggiungendo che l’impegno a comprare anche oltre marzo 2017 “non è affatto” equivalente a un ‘qe’ senza scadenza.

La Bce ha lasciato invariati il tasso principale di rifinanziamento (0,05%) e quello marginale sui prestiti, ma contemporaneamente ha tagliato ancora il tasso sui depositi, dallo 0,20 allo 0,30%.

L’ultimo taglio tende a disincentivare le banche dal parcheggiare la liquidità presso la banca centrale, anche a costo di rimetterci, piuttosto che utilizzare le risorse per concedere prestiti a imprese e famiglie. Un modo per consolidare i bilanci, ma anche un freno a un’economia che stenta a decollare.

L’attesa, dicevamo, è concentrata però sulle intenzioni prossime della Bce su quantitative easing e cioè su ammontare e durata degli acquisti di titoli di stato. Il problema è rappresentato dalle proiezioni sull’inflazione, non incoraggianti, specie con il deprezzamento dell’euro sul dollaro. Analisti e mercato scommettono su una estensione del quantitative easing al 2017, e non a settembre 2016 come è stato finora programmato, così come un aumento del ritmo mensile degli acquisti dagli attuali 60 miliardi di euro.

L’obiettivo resta quello di avere un livello di inflazione vicino al 2% e non oltre: l’indice dei prezzi al consumo della zona euro di novembre è salito a livello preliminare dello 0,1% tendenziale, come in ottobre, a fronte di attese per +0,2%. Il rischio deflazione, con l’indice dei prezzi prossimi allo zero invece che al 2%, è ancora concreto: significa che il QE non funziona o che va intensificato? Lo spiegherà Mario Draghi.