Enrico Giovannini: “Bonus da 80 euro? Dopo 6 anni di crisi non basta”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Agosto 2014 18:20 | Ultimo aggiornamento: 11 Agosto 2014 18:20
Enrico Giovannini: "Bonus da 80 euro? Dopo 6 anni di crisi non basta"

Enrico Giovannini, ministro del Lavoro nel governo Letta ed ex presidente dell’Istat (LaPresse)

ROMA – Il bonus da 80 euro aiuta le famiglie ma non basta per far ripartire i consumi e l’economia. È questo il senso della riflessione dell’ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini, intervistato dal Messaggero.

Secondo l’ex ministro ed ex presidente dell’Istat l’insicurezza sul futuro che gli italiani vivono sulla loro pelle fa sì che quegli 80 euro in più a fine mese finiscano in risparmi e non in un aumento dei consumi. Servono, secondo Giovannini, provvedimenti meno estemporanei:

“Gli 80 euro di bonus sono importanti, ma servono risposte strutturali per sconfiggere il senso di vulnerabilità che affligge molti italiani. Altrimenti sarà difficile far ripartire l’economia». Il termine vulnerabilità, riferito alla condizione delle famiglie, ricorre spesso nei ragionamenti di Enrico Giovannini. L’ex ministro del Lavoro del governo Letta è convinto che la condizione di incertezza psicologica che si respira nel Paese incida più di molte altre cose nel determinare la recessione.

Giovannini non si è mostrato sorpreso dai dati dell’Istat sul secondo trimestre del 2014, che hanno certificato la recessione con il meno 0,2% del Pil, secondo risultato negativo consecutivo

“Rispetto ai mesi scorsi si è ridotto il contributo positivo che la domanda estera stava offrendo per compensare la caduta della domanda interna. Detto questo, l’elemento che desta maggiore preoccupazione è il fatto che gli indici di fiducia dei consumatori e dei produttori, che sono positivi, non si stanno traducendo in una spinta alla domanda. […] Immaginare che il bonus potesse tradursi in risultati immediati sui consumi era una cosa al di là di ogni ragionevole aspettativa. Ora vedremo quel che succederà nell’ultimo semestre dell’anno. Nella realtà le famiglie si sono comportate come le aziende che, una volta incassati gli oltre 25 miliardi di crediti dalla Pa, hanno utilizzato quei soldi soprattutto per pagare i debiti. D’altronde questo comportamento delle famiglie era ampiamento previsto dalle indagini che erano state realizzate prima che il governo lanciasse l’operazione. […] Io non dico che c’è sfiducia nei confronti delle promesse del governo. Non è questo il punto. Il fatto è che questa crisi prolungata, e che dura da 6-7 anni con una pausa nel 2010, sta incidendo con forza sulla psicologia delle famiglie rendendole vulnerabili e guardinghe e così, anche in presenza di maggior reddito disponibile, come accaduto alla fine del 2013, aumenta la propensione al risparmio. Accadde la stessa cosa anche nel 2005 quando il governo dell’epoca ridusse le tasse sulle famiglie senza però produrre effetti apprezzabili nel breve termine. La verità è che gli italiani vivono nell’insicurezza che deriva dal fatto che la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, cresce”.