Euro 20 anni, cioè più soldi in tasca in Francia, Germania, Spagna. In Italia no

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 26 Dicembre 2018 10:21 | Ultimo aggiornamento: 26 Dicembre 2018 10:21
euro 20 anni

Euro 20 anni, cioè più soldi in tasca in Francia, Germania, Spagna. In Italia no

ROMA – Euro, 20 anni di euro da quando comparve come moneta unica e quindi da quando cominciò a materialmente circolare e sostituire le monete nazionali. Dopo 20 anni appunto è possibile la risposta almeno ad una parte della domanda: è stata cosa buona o non buona per le tasche degli europei?

Studio ed elaborazione dei dati dicono che il potere d’acquisto dei redditi (quindi redditi in teoria depurati dell’effetto inflazione) è cresciuto nei 20 anni in questione dell’ 11,3 per cento nell’area euro. Quindi il dato dice che con l’euro come moneta i redditi reali possono crescere e infatti sono cresciuti anche se non in misura travolgente.

Cresciuto il potere d’acquisto dei redditi nei 20 anni dell’euro ma non dovunque e non in maniera uniforme. Per una Francia che ha visto il potere d’acquisto salire del 21 per cento, ecco una Germania dove la percentuale si dimezza quasi allo 11, 8 per cento. C’è poi la Spagna dove il potere d’acquisto dei redditi segna un rialzo nei 20 anni del 15 per cento.

E l’Italia? L’Italia è l’unico grande paese d’Europa, l’unica grande economia dell’area euro che dal 1999 al 2018 ha visto il potere d’acquisto dei suoi redditi calare: meno 3,8 per cento.

Dunque e con tutta evidenza non è questione di euro. Non è l’euro il problema, non è l’euro il colpevole, non è l’euro la malattia. La malattia è l’Italia. L’Italia economica ed amministrativa, il sistema socio economico italiano è l’unico dove si produce un calo del potere d’acquisto in presenza dell’euro.

Scagionato l’euro dall’accusa di ammalare le nostre tasche, a chi e a cosa imputare il reale e incontestabile impoverimento degli italiani? Si chiama produttività, da noi è costantemente più bassa che altrove. da almeno trenta anni. Quindi non è questione di colore dei governi, in 30 anni hanno governato più o meno tutti e la produttività è sempre rimasta nana. Anche il recente governo del cambiamento su questo punto ha scelto di non cambiare niente.

La produttività italiana è bassa perché bassa è la capitalizzazione delle aziende e perché la piccola dimensione aziendale non consente di investire quanto si dovrebbe in ricerca e tecnologia. Produttività bassa perché le infrastrutture sono poche e vecchie o latitano, a partire dalle connessioni veloci via web. Produttività bassa perché la Pubblica Amministrazione è ostacolo e zavorra. Produttività bassa perché la politica impone dazio, se non pizzo, alle aziende sotto forme varie di rallentamenti, compensazioni sul territorio, regalie, aumenti dei costi…

Produttività bassa perché bassa è la qualificazione professionale, e non solo, di coloro che escono dal circuito scuola-università. Produttività bassa per uno scivolamento progressivo della sindacalizzazione verso forme di mini lobbysmo che avvolgono l’intero sistema in una rete.

Produttività bassa per tanti motivi, la gran parte dei quali godono del favore d’opinione. Produttività bassa, cioè un paese che in sostanza sta ancora affettando fette robuste di prosciutto, ancora non è arrivato all’osso anche se in quella direzione marcia, ma soprattutto un paese che si cura, si affanna, si ingegna, si infervora a distribuire fette del taglio, a toglierne qua, metterne là…pensando in grande e comune coro che non sia un suo problema crearne altra di ricchezza.