Ue all’Italia: “Taglio deficit, niente rinvio”. Euro debole, l’export vola

Pubblicato il 2 Aprile 2013 12:52 | Ultimo aggiornamento: 2 Aprile 2013 14:06
euro debole per la crisi, ma export record record in russia e cina

Euro debole per la crisi, ma export record record in Russia e Cina

ROMA –  Ue all’Italia: “Taglio deficit, no rinvio”. Euro debole, l’export vola. La Commissione Europea “non ha intenzione” di concedere più tempo all’Italia per raggiungere l’obiettivo del taglio del deficit al 3% prefissato. Un po’ di tempo, come annunciato, sarà concesso solo a tre paesi, Francia, Spagna e Portogallo, a determinate condizioni.

“C’è da parte nostra e dell’Eurogruppo una valutazione volta per volta dei bilanci e delle situazioni dei singoli paesi”, ha ricordato il portavoce dell’esecutivo Ue, “abbiamo indicato un’apertura verso Francia e Spagna, già annunciata dal commissario Olli Rehn, e il presidente Barroso la ha anche indicata per il Portogallo”.

Intanto l’euro arretra, il riacuirsi della crisi nell’Eurozona continua a indebolire la moneta unica. Le ragioni non vanno rintracciate solo nell’ultima crisi di Cipro: il dollaro ha recuperato terreno (e lo yuan cinese è ai massimi sul dollaro), peggiora la recessione e lo stallo politico in uno dei più grandi paesi dell’euro, l’Italia, di certo non aiuta. Ma è davvero una pessima notizia quella di un euro debole? A giudicare dalle eccellenti performance dell’export italiano, che dal ’93 a oggi le esportazioni nei Paesi fuori dalla Ue sono quasi quadruplicate fino a quota 180 miliardi, il giudizio andrebbe quantomeno sospeso (soprattutto chi vagheggia uscite dalla moneta unica). Certo, come scrive il Sole 24 Ore (Riccardo Sorrentino, 2 aprile)

“l’aspettativa radicata di una flessione del cambio può rendere più complicate le prossime aste dei titoli di Stato perché potrebbero essere chiesti rendimenti più alti per compensarla”.

D’altra parte, questa flessione consente all’euro di “fare il lavoro della la Bce” in termini di politica espansiva. Così come, rende ancora più appetibile il made in Italy, concentrato soprattutto in beni strumentali e macchine utensili e che sta sbaragliando la concorrenza, con Russia e Cina che scelgono italiano anche prima della Germania (superata nelle statistiche di vendita). In effetti, la frenata dell’Europa (recessione e prospettive tutt’altro che rosee almeno a medio termine) ha spinto le imprese italiane a cercare nuove quote di mercato nei paesi emergenti.

Paesi emergenti che intanto non si fidano più e scaricano la moneta unica. Nel 2012 le banche centrali dei Paesi emergenti hanno ridotto le proprie riserve in euro dell’8%, vendendone 45 miliardi: la moneta unica rappresenta ora solo il 24% delle loro riserve, il livello più basso dal 2002 dopo il picco del 31% nel 2009. Il dollaro resta stabile al 60% delle riserve. I dati – riporta il Financial Times – mostrano

“i danni che la crisi del debito europea ha causato allo status dell’euro sui mercati internazionali: la scelta della composizione delle riserve invia infatti un chiaro messaggio sulla valuta che i Paesi emergenti ritengono più stabile, sicura e liquida”.

L’euro potrà riconquistare il proprio fascino se l’Europa si muoverà verso un’unione fiscale e un singolo mercato dei bond. Ma il suo momento potrebbe anche essere passato con i grandi cambiamenti in corso nell’economia globale che spingono le valute dei Paesi emergenti a sfidare sia il dollaro sia l’euro. Dice Edwin Truman del Peterson Institute:

“Gli effetti della crisi dell’euro continueranno, la crescita sarà lenta, i tassi di interesse resteranno bassi e il fascino esercitato dagli asset in euro resterà scarso. Il dollaro per ora tiene ma ci stiamo muovendo verso un sistema multi valute”.

E la dimostrazione arriva dall’accordo di swap per 30 miliardi di dollari siglato fra Cina e Brasile, con il quale i due Paesi potranno prendere in prestito le rispettive valute in caso di turbolenze sui mercati finanziari, bypassando così l’uso del dollaro come riserva.

“L’euro sarà la seconda valuta internazionale – afferma Jeffrey Frankel, professore di Harvard – ma non ci sono prospettive sul fatto che possa sfidare il dollaro”.