Supereuro, mini Italia: a 1,17 $ soffre l’export, in Spagna a 1,90

Pubblicato il 7 Febbraio 2013 10:23 | Ultimo aggiornamento: 7 Febbraio 2013 10:59
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Supereuro, mini Italia: a 1,17 &$ soffre l’export, in Spagna a 1,90

ROMA – Euro forte, questo è il problema: per l’Eurozona in generale, per l’Italia in particolare, perché la moneta è la stessa ma i livelli di competitività delle economie nazionali sono tutt’altro che uniformi. L’apprezzamento della moneta unica rivela in realtà la sua debolezza nel contesto di una guerra valutaria a bassa intensità, dove gli attori principali, chi platealmente come il Giappone, chi più discretamente come gli Usa (e la Cina il cui yuan è legato al dollaro), usano la leva monetaria per sostenere le proprie esportazioni. Ora, il problema dell’euro forte rappresenta sì un  rischio sistemico per l’intera Eurozona, ma secondo livelli di sostenibilità diversi stato per stato, a misura della forza e soprattutto della competitività delle rispettive economie nazionali.

Deutsch Bank, ha studiato un indice, DBX.XE, che, tarato sul tasso di cambio con il dollaro a 1,37, fissa a questa quota la “soglia del dolore” per cui l’euro si sta apprezzando troppo: 1,37, però, è il valore medio calcolato su tutta l’area. Considerando che, oggi alle 9 e 30 il cambio è a 1,3517, si capisce l’urgenza con cui, per esempio, François Hollande ha riproposto il tema di un maggiore impegno della Bce per temperare l’ascesa dell’euro, più sostenuta anche per la concomitante e parziale restituzione da parte di metà delle banche europee di 137 miliardi di euro in prestiti alla Bce, che sottrae liquidità al mercato. L’esatto contrario delle politiche valutarie allestite dalle banche centrali concorrenti.

Si capisce ancor di più, l’urgenza di Hollande, considerando le analisi di Gilles Moec di Deutsch Bank, riportate dal Wall Street Journal. Secondo le tabelle di Moec, in Francia, e con lei l’Italia,  la soglia del dolore arriva prima della media, molto prima della Germania, come era prevedibile, e della stessa Spagna che, a dispetto dei problemi di sostenibilità del debito e delle bolle immobiliari, beneficia del forte recupero di produttività realizzato negli ultimi anni. Non dimentichiamo che la Spagna è diventata la seconda produttrice di automobili in Europa, tre volte più l’Italia.

Moec ha considerato tre criteri: il tasso di cambio effettivo (i flussi commerciali di ciascun paese), la variazione del tasso di cambio effettivo nell’ultimo anno, l’andamento della domanda mondiale per l’export. Quindi ha stabilito che per la Germania fino a quota 1,54 sul dollaro, l’euro non influenza negativamente il suo export anche con i livelli infimi di crescita attuale, mentre può arrivare a 1,94 senza risentirne se il Pil torna a crescere ai ritmi di prima della crisi. La Spagna non sente dolore in entrambi i casi oscillando tra quota 1,83 e 1,94. Discorso completamente diverso per Francia e Italia, rispettivamente sofferenti già a quota 1,17 dollari per la seconda e di 1,24 per la prima. Con lo svantaggio, tutto italiano, che in ogni caso, crisi o non crisi, quella è la zona rossa.

La lezione che se ne può trarre è che tutto il meccanismo valutario del cambio incide più o meno a seconda della produttività dell’economia. Chi riesce a contenere i costi per unità di prodotto è più competitivo, considerando questi costi non limitati al solo livello salariale (altrimenti la Germania, per esempio, dovrebbe stare agli ultimi posti invece che ai primi dell’indice di Gilles Moec). Soprattutto, è importante qualificare meglio l’offerta produttiva, specializzarsi: come insegna ancora la Germania, e la Spagna segue a ruota, produrre prodotti di alta qualità rende più competitivi.

Tornando a Hollande, che chiede interventi di medio periodo alla Bce per risolvere la questione, tramite Moec è possibile sciogliere quello che lui stesso ha esibito come un paradosso: cioè quello di “chiedere alle nazioni uno sforzo per la competitività e e allo stesso tempo rendere le loro esportazioni più care, in altre parole annichilite dal valore esagerato dell’euro”. In realtà è la produttività che incide sulla capacità di sostenere una moneta un po’ più apprezzata. Ciò che non è rinviabile è aumentare il tasso di produttività, lavorare meglio per prodotti che, a parità di lavoro, costino meno. Competitività è la parola d’ordine.