Euro: per i tedeschi una minaccia per l’Europa

Pubblicato il 27 Giugno 2011 1:34 | Ultimo aggiornamento: 27 Giugno 2011 8:00

La più grande minaccia dell’Europa è l’euro. Così sostiene il settimanale tedesco Spiegel, che si lancia contro l’attuale politica economica dell’Europa. Lo scenario è catastrofico, non solo nelle strade di Atene, ferite dalla miseria sociale e dalla rabbia, ma anche dagli uffici di Berlino, dove i banchieri tedeschi misurano la tempesta che si sta abbattendo sull’Europa. A breve, si sostiene, il prezzo che i cittadini dovranno pagare per dei politici che non hanno una politica economica sarà molto alto.

L’Europa e il Fondo Monetario Internazionale hanno ormai deciso di riversare un nuovo ingente pacchetto di aiuti sul governo di Atene. La Grecia infatti che avrebbe dovuto già ripagare gli interessi del debito ricevuto l’anno scorso, non solo non è in grado di ripagare i creditori, ma è perfino sull’orlo della bancarotta dopo aver accumulato nuovo debito. La cura da cavallo che le è stata imposta – riduzioni delle pensioni e dei salari, decine di migliaia di tagli nel pubblico, una legislazione «liberale» sul licenziamento – non è bastata e dovrà essere accresciuta nell’immediato. Ma la Grecia non è il solo paese ad aver richiesto l’aiuto dell’Unione Europea. La Spagna e l’Irlanda, pur in condizioni meno tragiche, hanno fatto altrettanto, avvalendosi di sistemi di finanziamento interno che gli originali trattati non si sognavano nemmeno di menzionare. All’epoca di Maastricht, nessuno avrebbe potuto convincere i tedeschi che un giorno avrebbero dovuto finanziare i debiti fatti dagli altri.

Quando si è deciso di creare l’euro, nessuno ha pensato alle crisi che avrebbero colpito la moneta unica e, per questo motivo non sono esistiti, fino alla crisi attuale, meccanismi regolatori per alleviare la pressione del mercato finanziario. Nell’invenzione della moneta unica si celano d’altronde i peccati originali di una valuta che, secondo lo Spiegel, sta minacciando perfino la coesione politica dell’Unione Europea. L’introduzione dell’euro, concertata da François Mitterrand e Helmut Kohl, fu com’è noto «imposta» alla Germania, orgogliosa del suo potente marco, in seguito alla caduta del muro di Berlino. Da allora, l’euro ha inglobato al suo interno economie deboli ed economie forti, nella convinzione che le capacità produttive di tutti i paesi avrebbero mano a mano converso. In realtà così non è stato.

L’unica cosa che converge nell’economia europea sono i tassi di interesse del denaro decisi dalla Banca Centrale di Bruxelles. Dapprima si sono visti i benefici di questa novità. Membri forti e deboli godevano tutti degli stessi interessi. Grazie alla solidità dell’economia e della finanza tedesca, anche la Spagna e l’Irlanda hanno potuto godere di interessi vantaggiosi, creando, grazie ai flussi di denaro che si riversavano, una bolla dell’immobiliare senza precedenti. Nel medesimo tempo, la Grecia e il Portogallo, euforizzati dalla forza dell’euro, potavano vivere al di sopra dei loro mezzi. Ad Atene il caso era addirittura aggravato da pratiche fraudolente che da anni truccano i conti pubblici.

L’euro ha finito dunque per legare indissolubilmente delle economie che non sono state in grado di armonizzarsi. Inoltre, l’adozione della moneta unica impedisce quelle misure chiamate deflazionistiche che un tempo i paesi adottavano per uscire dalle crisi. Prima dell’euro, la Banca Centrale di un paese svalutava la moneta. Questo semplice stratagemma diventava una perfetta leva per riequilibrare la legge della domanda e dell’offerta. I prezzi dei prodotti greci o portoghesi sarebbero andati giù, rendendoli più commerciabili all’estero, e aumentando dunque la domanda di esportazioni. Nel contempo la moneta ad Atene o Lisbona sarebbe stata meno forte, rendendo più difficile l’acquisto di beni importati, contribuendo dunque alla produttività industriale.

L’Unione Europea così com’è stata concepita non prevede che un paese possa uscire dall’euro. Così, la Grecia è costretta oggi a guadagnare la sua competitività con misure di austerity, riducendo i servizi ed i salari, senza poter ricorrere alle pratiche deflazionistiche senz’altro meno dolorose. D’altronde, anche se la Grecia uscisse dall’euro la situazione sarebbe tutt’altro che rosea. Atene si troverebbe costretta dall’oggi all’indomani a pagare con una dracma svalutata i suoi ingenti debiti in euro. Non riuscirebbe mai a pagare i suoi crediti, e le sue banche fallirebbero, trascinando dietro sé le numerose banche europee che hanno comprato i bond greci.

L’euro è diventato, nel caso della Grecia, un club molto costoso, da cui non si può uscire. E anche se ne uscisse, il conto sarebbe troppo salato per tutti gli altri.