Fisco: pressione record al 51%, ma solo per chi paga le tasse

Pubblicato il 19 maggio 2010 18:26 | Ultimo aggiornamento: 19 maggio 2010 18:27

Visto che il governo di appresta a un “pugno duro” nei confronti dell’evasione, proprio per recuperare quei 25 miliardi necessari a tenere a bada i nostri conti pubblici, farà comodo sapere l’ultimo dato in fatto di tasse. La pressione fiscale sull’economia italiana è arrivata, nel 2009, al record del 51,57 %, secondo gli ultimi dati del Consiglio nazionale dei commercialisti. Per chi le paga, però. Questi dati, infatti, si riferiscono all’economia  “non sommersa”. Le stime ufficiali parlano invece di un 42% circa di pressione fiscale nel nostro Paese. Perchè questi 10 punti di differenza? Perchè nel calderone della stima ufficiale rientra anche il sommerso: ed è proprio questa semplice sottrazione a rendere evidente la differenza tra chi le tasse le paga e chi no.

Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, ha anche invocato una profonda riforma del fisco da unire però ad una seria iniziativa sul fronte dei conti e della spesa pubblica. Tra il 1993 e il 2008 la spesa che lo Stato ha sostenuto pro capite in sanità è cresciuta in termini reali del 51,75%, quella in protezione sociale del 48,47% ed anche l’istruzione, nonostante i reiterati tagli è cresciuta del 2%. In sostanza lo Stato ha continuato a spendere molto più di quanto incassi.

Secondo i commercialisti lo Stato avrebbe dovuto contenere la spesa pubblica da una parte e il lavoro sommerso dall’altra. Hanno fatto anche un calcolo: se nel periodo compreso tra il 2001 e il 2008 avessimo contenuto la crescita annuale della spesa pubblica entro il tasso di inflazione aumentato di un punto percentuale e, parallelamente, avessimo contenuto l’economia sommersa entro un ragionevole 12% sul Pil, (anziché il 16% medio di quegli anni), saremmo entrati nel drammatico anno della crisi 2009 con 590 miliardi di euro di debito pubblico in meno, con un avanzo di bilancio pari a 87 miliardi di euro (anziché un disavanzo di 42) e con un rapporto debito/Pil del 71,75%, anziché del 106,10%. Insomma saremmo arrivati a oggi, con il governo in procinto di tagliare per 25 miliardi, in una situazione un po’ meno seria.