La “fuffa” dei cordoni e la “ciccia” dei soldi: come, quanto e quando cambiano le tasse

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 1 Giugno 2011 14:25 | Ultimo aggiornamento: 1 Giugno 2011 19:30

ostacoli_crescita_infoROMA – La “fuffa” e la “ciccia”: fuffa cioè aria fritta è Angelino Alfano che va a fare il coordinatore capo del Pdl, Verdini che mastica amaro, Lupi che va a fare il ministro della Giustizia… Non sarà certo questa la risposta di Berlusconi e della destra italiana calante alla botta elettorale e alla perdita di “feeling” con la loro stessa gente. “Fuffa” in fondo è anche la chiacchiera sui “cordoni della borsa”, quelli che Giulio Tremonti terrebbe chiusi e che Berlusconi ha fatto sapere “gli farà allargare”. Il film è quello, quello dei soldi, della “grana”, delle tasse. Ma ingenua e approssimativa è la sceneggiatura che prevede, racconta e tenta di narrare la “resa dei conti” tra Berlusconi e Tremonti. La “ciccia”, la sostanza è appunto la borsa, i soldi, non i “cordoni”. Perché, anche aperti i cordoni, nella borsa i soldi non ci sono. A meno di non inventarli e il prezzo di tale “invenzione” sarebbe una punizione severa inflitta al bilancio pubblico e al risparmio privato italiano. Oppure a meno di non toglierli a qualcuno e a qualcosa quei soldi che devono diventare meno tasse. Già, meno tasse, ma quando, come e quanto?

Si possono, si debbono, si lavora e si pensa di abbassare le aliquote Irpef, la trattenuta alla fonte in busta paga e nella pensione. Di un punto o due di percentuale sulle prime due aliquote. Oggi si paga il 23 per cento fino a 15 mila euro di reddito e il 27 per cento fino a 28mila euro. Possono diventare rispettivamente trattenute del 22/21 per cento e 26/25 per cento. Non moltissimo per i singoli bilanci familiari ma finalmente “pochi, maledetti e subito”. Comunque molto gettito in meno per le casse pubbliche perché gran parte dei contribuenti sono, o dichiarano di essere, in quelle fasce di reddito. Come si recupera il gettito perduto? Aumentando l’Iva sui prodotti di consumo dal 20 al 21 o 22 per cento. Faranno barricate i commercianti, ma altra strada non c’è. L’idea è che più consumi e spendi più paghi tasse e meno tasse paghi invece sullo stipendio.

Poi qualcosa va date alle aziende, meno tasse anche per loro, ad esempio meno Irap. Come si fa? Si crea un “fondo”, si destina a questo fondo una parte rilevante del recupero dall’evasone fiscale. E infine ci sono le famiglie, Berlusconi vorrebbe il “quoziente familiare”, cioè meno tasse tanto più grande è numerosa la famiglia. Costa circa dieci miliardi, un “botto” e non si sa dove trovarli. Questo il quanto e il come del meno tasse possibile: un po’ di Irpef in meno finanziato e pareggiata da più Iva, un po’ di Irap in meno finanziato e pareggiato dai soldi stanati e trovati nelle tasche degli evasori. Se si va oltre, quoziente familiare o diminuzioni più massicce, allora cresce il deficit e il debito pubblico e questo non è che Tremonti non voglia, è che l’Italia non può. Non può come non potrebbe una famiglia che votasse all’unanimità l’aumento del suo conto corrente in banca: dopo il voto va in banca, dal direttore, e questi sorride ma non aggiunge un euro al conto. Il “direttore” dell’Italia sono quelli in Italia e nel mondo che comprano i titoli di Stato italiani, se l’Italia comunica che spende di più o incassa di meno il “direttore” o nega il finanziamento o chiede tassi più alti. E, alla fine del giro, i tassi si pagano con le tasse.

Il come, il quanto…E il quando? Berlusconi vuole, esige, ha un disperato bisogno di un “ora e subito”. Prima della batosta elettorale il piano prevedeva leggi nel 2012 e un po’ di tasse in meno nel 2013. Razionale, prudente, praticabile. Ma la destra italiana al governo non ha più tempo, il 2013 è troppo lontano. Lontanissimo, politicamente lontanissimo se si mette nel calcolo la batosta elettorale e la non cancellabile manovra finanziaria da varare già nel 2011, quella che deve far risparmiare entro il 2013 quaranta miliardi di spesa pubblica. Le leggi e la logica dell’economia dicono: prima la manovra di minor spesa che rende possibile poi il taglio delle tasse perché, tagliate le spese, i mercati finanziari si fidano e non si spaventano se tagli le tasse. Il disperato bisogno di consenso che hanno Berlusconi e la destra invertono e capovolgono la sequenza: subito meno tasse e il più tardi possibile meno spese. Inversione e capovolgimento che possono far cappottare tutta la macchina, dei soldi pubblici e della stabilità economica, del paese, delle banche, del risparmio privato e anche della stabilità dei redditi individuali.

Questo è quello che c’è, e quel che non c’è Tremonti non ce l’ha. Quel che non c’è, ormai da un decennio, la cosiddetta “crescita” si può provare a ricrearlo. Ma ci vuole tempo e ci vuole un governo che per salvare il paese accetti il rischio di perdere le elezioni. Come ricrearla la crescita o almeno come seriamente provarci l’ha detto Mario Draghi. Tempi certi e brevi della giustizia civile la cui paralisi fa perdere ogni anno un punto di Pil. Questa è l’unica riforma della giustizia che serve, lavorarci e volerla significa mollare l’altra riforma della Giustizia, quella della rivincita della politica sui magistrati, quella che Berlusconi considera “missione”. Poi la scuola, la ricerca e l’università, da finanziare e qualificare. Ma questo vuol dire spendere e non solo e soltanto per gli stipendi ai professori e non puntare certo alla promozione di massa garantita. Di mezzo, ostacolo, ci sono i sindacati della scuola e una parte rilevante del blocco sociale che ha vinto le ultime elezioni. Quindi concorrenza vera nelle professioni e nei servizi: si oppongono tutte le corporazioni d’Italia, dagli avvocati ai benzinai…Ancora, contratto unico per chi lavora, basta contratti a tempo determinato, basta precariato a vita ma garanzie minori del posto a vita per chi ce l’ha, indipendentemente dal quanto e come lavora e da cosa produce. Parte della sinistra politica ci sta, la Cgil non ci sta. E contratti aziendali, cioè basta con Pomigliano e Mirafiori narrati e vissuti come contratti “infernali”. E vera indennità di disoccupazione. E, ultimo ma non ultimo, tagli alla spesa “non lineari”. Cioè non sette per cento o quel che sia in meno per tutti. Ma per qualcuno addirittura maggior spesa e per qualche altro tagli non del sette ma forse del venti per cento o anche più. Si opporrebbe la rissa e la ressa di tutti che dicono: a me no, taglia a lui! Per far ripartire la crescita ci vuole un governo, un governo e un premier che non si senta con l’acqua alla gola, che provi a far ricrescere il paese anche scontentando, anche rischiando di perdere le elezioni. Una cosa contro natura per Berlusconi e anche per Bossi, per la destra che c’è. E una cosa cui la sinistra che avanza sembra impreparata e inadeguata, anche se in teoria disponibile.