Fumare fa male, la crisi del tabacco peggio. Salutismo e trappole da Bruxelles

Pubblicato il 18 Giugno 2013 6:00 | Ultimo aggiornamento: 17 Giugno 2013 17:59
Fumare fa male, la crisi del tabacco peggio. Salutismo e trappole da Bruxelles

Un pacchetto bianco standard per ogni tipo di sigarette: una delle proposte della Direttiva Ue

ROMA – Fumare fa male, la crisi del tabacco peggio. Salutismo e trappole da Bruxelles. Prima i fatti. Il fumo fa male: e non solo perché c’è scritto a caratteri cubitali su ogni pacchetto di sigarette. Dietro al fumo esiste in Italia un’attiva e dinamica filiera del tabacco che dà lavoro a circa 190 mila persone, un quarto delle quali direttamente impegnata nella produzione, il resto nella distribuzione, dai camion al tabaccaio. Questa filiera versa ogni anno nella casse dello Stato, circa 14 miliardi di euro a titolo di Iva e accise (l’Imu 2012 su prime e seconde case valeva 14,7 miliardi di gettito). Il 2012 è stato un anno decisamente brutto per l’intero settore: hanno inciso la crisi, non la sigaretta elettronica, l’aumento dell’Iva e non gli slogan terrorizzanti.

Superfici e produzioni sono calate del 27%; sono arretrate le vendite di prodotti da fumo – in frenata dell’8% le sigarette – e “per la prima volta nella storia di questo settore il gettito da accise”, mentre è aumentato il commercio illegale, che arriva a pesare sui consumi per più del 6% (Ansa, 16esimo rapporto di Nomisma)

In arrivo, a completare il fosco scenario, c’è poi la Direttiva Ue cui il Governo Letta “minaccia” di aderire giovedì prossimo (20 giugno). Direttiva che si qualifica come una stretta decisiva al consumo di tabacco attraverso limiti e restrizioni: dalla standardizzazione dei formati, con l’eliminazione dei prodotti slim e dei pacchetti da 10 sigarette, fino a quella del packaging, attraverso l’introduzione di immagini shock sulla quasi totalità dei pacchetti (75% della superficie) ed eventualmente, a scelta dello Stato membro, con l’introduzione del cosiddetto pacchetto generico (plain packaging).

Una standardizzazione, quella in procinto di essere adottata, che uniformerebbe i diversi prodotti oggi in concorrenza in una offerta indistinguibile che, sul piano commerciale, procurerà un colpo immediato su quelli ritenuti più appetibili. Cioè quelli italiani che sul tabacco lavorano meglio e di più che, per esempio francesi e inglesi. Lasciando da parte ogni considerazione di tipo etico (libertà e salute), vale la pena riprendere la provocazione di Maria Giovanna Maglie su Libero (“Bruxelles finta salutista vuol fumarci 14 miliardi”) con cui mette in guardia il ministro della Salute Beatrice Lorenzin sulla trappola nascosta dietro le buone intenzioni.

Il tabacco fa male, ma a Bruxelles non stanno facendo la guerra al fumo per ragioni di carattere sanitario, piuttosto per far fuori 20 mila tonnellate di tabacco italiane all’anno. I nostri contadini fanno rendere le terre il triplo degli inglesi e il doppio dei francesi nonostante la superficie coltivata sia pari ad appena la metà; in Campania, Umbria,Veneto, Lazio e Toscana si producono annualmente 97.800 tonnellate di tabacco in foglia di due qualità: Burley eVirginia. Questo tabacco diventa poi American blend, che costituisce la miscela per le sigarette fumate in Europa. Per fare la miscela si aggiungono umettanti, zuccheri, piccolissime parti di liquirizia, durante la manifattura delle sigarette per riequilibrarne il sapore, e conferire ai vari brand il loro gusto caratteristico, uno diverso dagli altri, e ora sotto processo. (Maria Giovanna Maglie, Libero)