Generali, il gioco contro Perissinotto ha fatto perdere Geronzi

Pubblicato il 6 Aprile 2011 21:17 | Ultimo aggiornamento: 6 Aprile 2011 21:17

ROMA – “Amo le cose complesse, se no non mi intrigano”. Era il 25 aprile del 2010: Cesare Geronzi era appena stato nominato presidente delle Assicurazioni Generali. A neppure un anno da quel giorno, evidentemente, le cose si devono essere fatte poco complesse, o forse, fin troppo complesse, viste le dimissioni di oggi.

Per il banchiere romano fondatore di Capitalia e poi presidente di Mediobanca, ricostruisce Riccardo Sabbatini sul Sole 24 Ore, “la guida del colosso assicurativo – la terza compagnia europea con asset in gestione per quasi 400 miliardi – sembrava il coronamento di una carriera di successo, costruita coniugando assieme conoscenza del mondo bancario e solidi legami politici”.

Per Geronzi si apriva la possibilità di “indirizzare le Generali nel ruolo di attore “di sistema” della finanza italiana”: nel consiglio di amministrazione sedevano imprenditori del calibro di Lorenzo Pelliccioli (De Agostini), Leonardo Del Vecchio (Luxottica), Francesco Gaetano Caltagirone.

Geronzi era senza deleghe, ma ha avuto da subito la responsabilità delle relazioni esterne e dei rapporti istituzionali. Ma proprio su quelle deleghe si è combattuta la battaglia per la leadership nel Leone.

“In una società quotata, scrive Sabbatini, presidente e amministratiore delegato normalmente vanno d’accordo, ma è soprattutto il presidente che “deve” trovare un’intesa con chi detiene le leve operative dell’azienda. Così non è stato per Generali. Da subito infatti il Ceo di Grupppo Giovanni Perissinotto e Geronzi si sono trovati su posizioni diverse. Fin quando Geronzi si è limitato a indicare suoi collaboratori in un ruolo già occupato nell’organigramma del gruppo (l’ex-Banca D’Italia Angelo De Mattia come responsabile del centro studi) o a creare sua sponte organismi informali (il comitato di presidenza) le tensioni non sono trapelate all’esterno. Ma il conflitto è divenuto esplicito quando il presidente ha voluto dire la sua sugli investimenti o su modifiche alla governance (in materia immobiliare) non discusse in precedenza nel board”.

Le divergenze sono diventate palpabili il 14 febbraio scorso. La miccia fu un’intervista di Geronzi al Financial Times. “In essa l’ex banchiere annunciava che il gruppo triestino avrebbe potuto “prendere in considerazione di investire di più nelle banche italiane” – proprio il contrario di ciò che Perissinotto aveva detto agli analisti a fine dicembre all’investor day della compagnia. Non solo. Il presidente di Generali si mostrava possibilista su un possibile investimento nel Ponte di Messina e aggiungeva che “il nostro obiettivo fondamentale è di investire in Sud America – ha spiegato – accanto ad altre opportunità che stiamo valutando”. Non si è mai capito perché Geronzi abbia dato quell’intervista ma dall’esterno è apparsa come un tentativo di delegittimare l’amministratore delegato”.

Il culmine dello scontro è arrivato con l’astensione del vicepresidente Vincent Bolloré sui conti del 2010. In seguito, poi, in un’intervista al Corriere della Sera, il banchiere bretone ha seminato dubbi  – poi rivelatisi fondati – sulla validità degli accordi stipulati dal Leone in Europa dell’est con il finanziere ceco Petr Kellner.

“In quell’occasione Geronzi rimase silenzioso ma furono in molti a immaginare una regia comune tra i due volta a scalzare Perissinotto dal suo incarico. È accaduto in verità proprio il contrario. Ci è subito resi conto che in consiglio la posizione di Bolloré e Geronzi era assolutamente minoritaria e che dall’esterno della compagnia si chiedeva un chiarimento di fondo. A perorarlo – a quel che si sa – era anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti preoccupato che fosse messo a repentaglio lo sviluppo di uno del pochi “campioni italiani” nella finanza internazionale. E lo esigevano anche gli analisti finanziari.  Fin quando Geronzi fosse rimasto alla guida del gruppo gli investitori esteri avrebbe continuato a manifestare scetticismo sul futuro della società (insomma, non avrebbero comprato i suoi titoli). Oggi all’annuncio delle dimissioni del presidente sono subito partiti gli ordini di acquisto delle Azioni Generali che in pochi minuti hanno guadagnato quasi il 5 per cento. Tanto per chiarire quale era il sentiment del mercato”.