Generali in crescita, Perissinotto: “Puntiamo sull’estero. La concorrenza? E’ solo uno stimolo”

Pubblicato il 12 Novembre 2010 19:15 | Ultimo aggiornamento: 12 Novembre 2010 19:57

Giovanni Perissinotto, group ceo di Generali

Giovanni Perissinotto sottolinea i risultati record di Generali. In un’intervista al Corriere della Sera, il group ceo del Leone, che ha appena presentato al consiglio gli ottimi conti del trimestre, fa un bilancio dell’andamento del gruppo.

“In soli nove mesi abbiamo superato l’utile realizzato dell’intero 2009. E dal gennaio 2009, in piena crisi, abbiamo aumentato le nostre riserve di 44 miliardi, con una crescita del 17%, spinte dalla raccolta netta vita che ha raggiunto nello stesso periodo i 30 miliardi. Risultati caratterizzati da un grande contributo dell’Italia. Che, con la “vecchia Europa” è e resta la base per crescere nel mondo con tranquillità”.

Perissinotto sottolinea che il gruppo assicurativo ha registrato negli ultimi anni una “crescita organica fra le più alte tra i grandi concorrenti internazionali senza praticamente chiedere nuovo capitale ai soci, oltre ad aver avviato una riorganizzazione per aumentare l’efficienza e ridurre i costi.

Per quanto riguarda la riorganizzazione, Perissinotto sostiene che sia stata necessaria per due ragioni: “il forte sviluppo interno e internazionale del gruppo e lo scenario economico e normativo profondamente mutato”. L’obiettivo è “garantire una gestione sempre più integrata degli attivi e rafforzare il ruolo dell’head office di Trieste, senza togliere le necessarie autonomie ai nostri manager”. E dopo l’incarico di group ceo a Perissinotto, “si è resa necessaria una figura responsabile per l’Italia”, il country manager, appunto. Ma al momento non circolano nomi. Potrebbe però essere una personalità esterna, ma di certo, dice Perissinotto, “sarà una scelta trasparente e meritocratica”.

A livello generale, lo sguardo del “primo gruppo assicurativo italiano” è rivolto soprattutto alla “vecchia Europa (Italia, Germania, Francia) per la parte previdenziale e assistenziale perché il ruolo dello Stato dovrà ridursi per ragioni di budget”.

Si punta poi sull’Europa dell’Est e sull’Asia, in particolare India, Cina e Vietnam, “un mercato di 90 milioni di abitanti nel quale abbiamo ora messo le basi”.

Poco apprezzato invece il mercato sudamericano, ritenuto “più volatile”. Anche se il Leone è già presente in Messico e Argentina, e al momento è interessato al Brasile, dove i prodotti assicurativi si vendono soprattutto con banche e broker”.

Sulla crisi generale il manager non si mostra preoccupato: “Dai nostri test interni emerge che abbiamo tassi di capitalizzazione di assoluta sicurezza. Riteniamo di avere risorse adeguate per poterci permettere di finanziare una buona crescita organica, e abbiamo mostrato di saperlo fare. Nel caso invece si parlasse di un’acquisizione di rilievo il quadro cambierebbe. Tuttavia in questo periodo due aspetti non giocano a favore di acquisizioni: i criteri di Solvency II non sono ancora definiti e la visibilità sui mercati resta molto limitata”.

Un ottimismo che resiste anche alla concorrenza, in particolare a quella di Groupama e FonSai. “Chi è “rimasto in circolazione” dopo questa grande crisi è un concorrente capace e temibile. E comunque per quanto riguarda il confronto con i nostri maggiori competitor internazionali mi sembra utile sottolineare alcuni aspetti: in questi ultimi anni la nostra crescita organica è stata superiore; siamo più piccoli in quanto a patrimonio netto, ma abbiamo una più bassa componente di goodwill; nella crisi gli altri hanno fatto aumenti di capitale mentre noi no e abbiamo sempre distribuito dividendi, anche nei momenti peggiori: siamo meno soggetti a cicli in quanto più presenti nel retail e meno in territori con alte volatilità, come oggi gli Stati Uniti”.

Infine una battuta sulle nuove regole sulle parti correlate: “Abbiamo adottato criteri più severi rispetto a quelli definiti dal regolatore. La molteplicità di regolatori e regole a cui siamo soggetti comporta un rischio di forte appesantimento operativo e di costi, in particolare per le società quotate. E questo rischio può dissuadere chi abbia intenzione di quotarsi”.