Germania esporta troppo, da 8 anni viola trattati europei: così ammazza l’euro

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Gennaio 2015 16:11 | Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio 2015 16:20
Germania esporta troppo, da 8 anni viola trattati europei: così ammazza l'euro

Vito Lops sul Sole 24 Ore

BRUXELLES – Per otto anni, dal 2007 al 2014, la Germania ha violato i trattati europei esportando più di quanto consentito. E non ha nessuna intenzione di smettere, nonostante i ripetuti inviti della Commissione europea e le critiche degli Usa e del Fondo Monetario Internazionale.

Secondo il Centro studi di Confindustria il surplus di esportazioni dei tedeschi è eccessivo sia in base ai più elementari principi economici che ai tetti fissati dall’Europa: “Livelli insostenibili” causa di “perdita di benessere per tutti“.

L’Europa è infatti quel condominio dove è stabilito che la differenza fra esportazioni e importazioni (in gergo tecnico: saldo delle partite correnti) non può superare il 6% del Prodotto Interno Lordo nella media di tre anni. Una regola messa a punto per evitare squilibri.

Ma che non è stata seguita dai tedeschi che mantengono da anni una media di +7,1% del Pil nel saldo fra esportazioni e importazioni. Vito Lops sul Sole 24 Ore spiega perché continuando così la Germania sarà la locomotiva… che trascinerà l’euro nel burrone:

Un atteggiamento che pone la Germania in una posizione opposta all’appellativo che spesso riceve, ovvero quello di locomotiva d’Europa. Una locomotiva dovrebbe, infatti stando alla definizione, trainare dei vagoni (nella metafora, quindi, altri Paesi). Invece esportando più del consentito la Germania tecnicamente sottrae ricchezza agli altri Paesi anziché darla, incrementando così i forti squilibri tra i Paesi dell’Eurozona che sono uno dei motivi, se non il più importante, per cui alcune economie (comprese quella italiana) non sono ancora riuscite a reagire convintamente alla shock esterno generato dalla crisi finanziaria globale e di debito privato dell’Eurozona originata nel 2008.

L’atteggiamento della Germania, analizzandolo nella profondità del dato delle partite correnti, è l’esatto opposto di quello degli Stati Uniti che da anni generano un saldo delle partite correnti negativo rispetto al Pil e quindi assurgono per certi versi al ruolo di locomotiva dell’economia globale, immettendo ricchezza netta e permettendo a molti Paesi di esportare.

Di locomotiva, quindi, nell’attuale Germania c’è ben poco. Perché per aggiustare i conti i Paesi dell’Eurozona che sono in deficit (anziché essere trainati) hanno dovuto recuperare competitività di prezzo e ridimensionare gli standard di vita, generando deflazione e riduzione della domanda che non sono state compensate, come sarebbe stato logico e opportuno, da politiche espansive nei paesi in surplus, Germania anzitutto.[…]

Estremizzando il concetto di evitare squilibri commerciali globali nell’idea dell’economista britannico John Maynard Keynes c’era la creazione di una valuta globale, il Bancor, che prevedesse dei meccanismi di protezione dagli squilibri con i Paesi esportatori che avrebbero dovuto aiutare gli importatori, al fine di riequilibrare i conti con l’estero dei Paesi indebitati. Il tutto per mantenere una stabilità nel lungo periodo.

Un’idea estremizzata e mai attuata. E certamente non applicata sinora con l’euro, l’esempio più importante di cambio rigido degli ultimi anni dopo il gold standard degli anni ’30. In questo caso i Paesi si sono dati una regola per evitare gli squilibri commerciali nel 2010 (quando sono stati introdotti i parametri Mip di Macroeconomic imbalace procedure), in reazione alla crisi del 2008 che si è poi a valanga trasformata nella crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona. Ma questa regola del 6% (per quanto sia essa stessa opinabile per certi versi perché in ogni caso non va a tappare gli squilibri ma se non altro dovrebbe evitarne di ampliarli a dismisura) viene in ogni caso violata da quello che in questo momento, paradossalmente, viene considerato la locomotiva dell’Eurozona.

La Germania dovrebbe convertire al più presto la propria economica – rileva il Csc – dall’export ai consumi e agli investimenti. Solo così può aiutare l’Eurozona nel suo complesso a uscire dalla spirale contro cui combatte. L’alternativa, di fronte a nuove dosi di deflazione e recessione «equivale – secondo il Csc – a un’eutanasia per l’euro».