Geronzi, Generali: “Cuccia mi disse: i bilanci di Berlusconi sono falsi”

Pubblicato il 9 Dicembre 2011 10:04 | Ultimo aggiornamento: 9 Dicembre 2011 12:07

Cesare Geronzi (Foto LaPresse)

ROMA – “Come presidente della Banca di Roma e membro del Cda di Mediobanca, più volte avevo sostenuto con l’imprenditore Berlusconi che la soluzione dei suoi problemi era il collocamento in Borsa. O lo faceva l’Imi, o Mediobanca, o la Banca di Roma. Andammo ad Arcore in tre: Cuccia, Maranghi e io. Berlusconi ci spiegò l’operazione in modo sintetico e preciso. Ma, appena la nostra macchina uscì dal cancello, Cuccia disse a me, che ero seduto dietro accanto a lui: “Questa operazione non si può fare”. E perché?, gli chiesi. “Perché i bilanci sono falsi”.” A dirlo è Cesare Geronzi, banchiere d’Italia, in un’intervista al Corriere della Sera.

Geronzi ripercorre gli anni Novanta, quando salvò Berlusconi dai debiti, portando Mediaset in Borsa nel 1996 e rifinanziandola prima ancora di collocarne le azioni. E ricorda come in quell’occasione ad Arcore con Maranghi e Cuccia questi disse: “Le cifre di Berlusconi non sono vere, ma virtuali. Quanto vale un’antenna? Un’antenna non è una ciminiera, non ha sotto un opicifio”. Lascio a lei valutare a che punto fosse l’evoluzione del pensiero in Mediobanca, attorno allo sviluppo di un settore dell’industria che ha avuto e avrà ancora grande successo. Ciò, naturalmente, nulla toglie al giudizio storico sulla grandezza di Enrico Cuccia, sulla sua opera che ha salvato l’asfittico capitalismo italiano. Forse se ne è ritardata l’evoluzione, ma senza quell’opera avremmo rischiato di essere una colonia economica”.

Sul successo delle tv di Berlusconi, ora che lui non è più a Palazzo Chigi, non ha dubbi: ” Le tv commerciali non mi sembrano affatto finite. Guardi la corsa a comprare La7. Comunque, alla fine Mediaset fu portata in Borsa da Imi e da Banca di Roma. Fu un affare per l’azienda, ma fu un affare anche per noi. La quota di garanzia della Banca fu di 300 miliardi, con le azioni a 7 mila lire. Quando furono ricollocate, 4 o 5 mesi dopo, valevano tra le 18 e le 21 mila lire”.

Condannato in primo grado a cinque anni per il crac Parmalat Geronzi al Corriere della Sera definisce la sentenza “un’ingiustizia molto grave. Non è facile accettare di essere trattato, in quanto banchiere, alla stessa stregua di imprenditori le cui malefatte non possono essere riconosciute a priori. È la perenne applicazione del “non poteva non sapere”, in questo caso riferita non alla propria azienda, ma a un soggetto esterno che aveva tutto l’interesse a occultare la propria realtà. È una vicenda significativa che oggettivamente incita i banchieri, soprattutto in tempi di crisi, a non finanziare le imprese che possono avere qualche problema per il rischio di essere ritenuti corresponsabili di bancarotta, nelle sue diverse forme. Tenga conto che non sono stato ritenuto degno di un solo interrogatorio. Anche quando mi sono presentato, in seguito alla decisione del tribunale di sospendermi, né il gup né il pm mi hanno rivolto una sola domanda. Tutto è durato sette minuti: il tempo di una semplice dichiarazione”.

Sulle Generali e le sue dimissioni dice: “Io ho studiato e ho costruito la mia professionalità in un istituto, la Banca d’Italia, dove non sono entrato per raccomandazione. Ho vinto un concorso, e nelle graduatorie di tutti i concorsi che in Banca d’Italia si fanno per salire di grado sono sempre stato il primo. Ho lasciato via Nazionale per andare al Banco di Napoli quando era una cloaca, dopo che il terremoto in Irpinia aveva reso industriale l’attività della camorra. Ho imparato molto. Se vedo una cosa, se rientra nelle mie dirette responsabilità, la capisco. Oggi vanno di moda i presidenti che si dedicano a visite istituzionali, che riuniscono i consigli d’amministrazione, che vanno in giro con fasci e borse di documenti che nulla dicono e a nulla servono. Io non sono adatto a portare borse. Chi conosce e sa parlare delle questioni e dei progetti non gira con fasci di documenti. O ha tutto qui (Geronzi si indica la testa), oppure sono pressoché inutili l’immagine e la comunicazione”.

Ma non pensa lo stesso dei partiti, come clienti. E alla definizione di lui come “banchiere politico” risponde “È un luogo comune originato da una delle dodici o tredici fusioni che ho curato a partire dall’89. A Roma c’erano due banche dell’Iri, il Banco di Roma e il Banco di Santo Spirito, che l’Iri doveva ricapitalizzare ad anni alterni, tante erano le perdite. Tra i clienti finanziati da entrambe le banche c’erano, per esempio, il Pci e l’Unità. Dovetti farmi carico dell’operazione di salvataggio dei crediti. I miei interlocutori furono D’Alema e Fassino, con cui ho sempre avuto un ottimo rapporto. Ripeto: non sono mai stato un banchiere politico. E non sono neppure mai stato un uomo di centrodestra: da giovane votavo Partito repubblicano, non ho mai votato Dc”,

Se il giudizio è positivo su D’Alemo e Fassino, lo è forse un po’ meno nei confronti di Giulio Tremonti: “E’ definito da tutti intelligente, geniale. Uomo dunque capace di tutto. Per questo, meno adatto a gestire istituzioni pubbliche”.

Diversi anche i giudizi sul peso di Vaticano e massoneria nella finanza: se il primo conta “poco o nulla”, “La massoneria invece conta, forse conta molto, ed è spesso segnalata come protagonista di snodi più importanti di settori politici e finanziari”.