Gig economy, che cos’è? E perché Luigi Di Maio ne ha fatto il suo primo impegno da ministro

di Daniela Lauria
Pubblicato il 19 giugno 2018 11:18 | Ultimo aggiornamento: 19 giugno 2018 11:34
Gig economy, che cos'è? E perché Luigi Di Maio ne ha fatto il suo primo impegno da ministro

Gig economy, che cos’è? E perché Luigi Di Maio ne ha fatto il suo primo impegno da ministro

ROMA – Il primo contratto nazionale della gig economy: Luigi Di Maio ne ha fatto il primo obiettivo del suo mandato da super ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Ma cosa significa questo strano anglicismo? E di cosa si sta parlando esattamente?

Con buona pace di Debora Serracchiani (Pd) che ha corretto in Parlamento il neo ministro Di Maio sulla pronuncia, scansiamo ogni equivoco: si legge ghigh, con la g dura e non gig come Jeeg Robot. Gig in inglese colloquiale significa ingaggio, lavoretto. Con gig economy, si intende quindi un modello economico sempre più diffuso in cui non esiste più il posto fisso, relegato a privilegio di pochissimi, ma si lavora on demand, a chiamata, a ingaggio. Cioè è il trionfo del precariato e dei lavoretti a chiamata pagati a cottimo. L’esempio più lampante sono i cosiddetti riders, i fattorini che ci consegnano la pizza a casa e che, non a caso, Di Maio ha voluto incontrare per primi.

Nella gig economy i lavoratori sono tutti in proprio (in inglese self-employed) e svolgono attività temporanee, interinali, part time, saltuarie o provvisorie che dir si voglia. Domanda e offerta di lavoro vengono gestite online attraverso piattaforme e app dedicate: si pensi a prestazioni da freelance come la progettazione di siti web (Upwork o Fivver), ai siti di vendita di prodotti artigianali (Etsy), di trasporti privati alternativi ai taxi (Uber) e le stesse consegne a domicilio (Deliveroo e Foodora).

Dopo aver incontrato i riders Luigi Di Maio ha chiamato al tavolo alcune delle società che operano nel food delivery in Italia. C’erano le big straniere Deliveroo, JustEat, Foodora, Domino’s Pizza, Glovo e l’unica italiana Moovenda. L’incontro si è concluso con la proposta di Di Maio di aprire un tavolo tra i riders o gigger e le piattaforme digitali per costruire un nuovo modello di contratto che garantisca diritti e tutele ai lavoratori. Ma, se il tavolo non dovesse andar bene, il ministro si è detto già pronto a “procedere per via normativa” e cioè il già annunciato “decreto dignità”. A quel punto alle aziende di food delivery non resterebbe altra scelta che fare i bagagli ed andarsene e questo sarebbe un danno in primis per i lavoratori che Di Maio ha detto di voler tutelare.

Sul Blog delle Stelle il leader grillino ha elencato i punti imprescindibili del ministero per proseguire oltre nella trattativa:

– Obblighi e responsabilità precise tra le parti
– Requisiti di forma nel contratto per garantire la certezza del diritto
– Previsione di un compenso minimo inderogabile
– Rimborso spese forfettario per manutenzione del supporto tecnologico e meccanico (es. 50 euro al mese)
– Iscrizione obbligatoria Inps e Inail a carico del datore di lavoro
– Ferie, riposo e diritto alla disconnessione

Questo è quello che è stato detto alle aziende convocate, ma è presumibile che dal confronto alcuni punti ne usciranno smussati. Grande soddisfazione, finora, è stata espressa dai riders, per la prima volta ascoltati, ma anche dalle piattaforme digitali, nonostante le turbolenze iniziali con Foodora. “C’è volontà forte da entrambe le parti”, ha detto Di Maio. Ma la partita vera deve ancora cominciare.