Governo vertice nullo, con la Ue Italia fa l’ambigua. Astuzia o danno? Per ora 13 mld andati

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 12 giugno 2019 13:31 | Ultimo aggiornamento: 12 giugno 2019 13:31
Di Maio e Salvini

Di Maio e Salvini (Foto Ansa)

ROMA – Vertice interlocutorio, l’hanno chiamato così quelli che ci sono andati e cioè Salvini, Di Maio, Conte e Tria. Interlocutorio, cioè a mezza strada, cioè un po’ sì e un po’ no, cioè ambiguo, cioè a doppia possibile lettura ed esito. Cioè vertice di governo sulla politica economica del governo che parla due lingue, l’una insieme all’altra. Gli indiani d’America, quando si trovavano di fronte una cosa così, pensavano a male e dicevano: lingua biforcuta.

Sì, sul cosa faremo con o contro la Ue il governo italiana usa doppio linguaggio, lingua biforcuta se vogliamo. La lingua, il linguaggio di Tria e Conte: terremo fede agli impegni e staremo nelle regole. E la lingua di Salvini e Di Maio: l’Italia fa come le pare e piace, anche a costo di violare regole. Due lingue insieme, questa la strategia. Strategia furba o strategia dannosa? Troveremo un accordo ed eviteremo la procedura d’infrazione o tireremo dritto per la nostra strada senza guardare in faccia Bruxelles? Due prospettive diverse e lontanissime eppure indicate da due parti dello stesso governo. La prima, quella dell’accordo, garantita almeno a parole da chi ha, o avrebbe in mano la ‘borsa’ del Paese, e cioè il ministro dell’economia Giovanni Tria. L’altra, quella declinata nella linea ci sediamo al tavolo ma non cambiamo idea, indicata dal vicepremier e ormai maggiore azionista dell’esecutivo: Matteo Salvini. Così il nostro Governo parla, come dicevano gli indiani d’America, con lingua biforcuta sul tema Europa ed Euro. Un’ambiguità che potrebbe essere astuzia. O al contrario potrebbe far gran danno.

La possibile procedura d’infrazione in arrivo dall’Europa per l’Italia, per non aver rispettato i parametri economici comunitari, è cronaca di questi giorni. La strada in questo senso sembra tracciata anche se, per diventare concreta e costosa, la suddetta procedura deve ancora affrontare diversi passaggi politici e burocratici. Sarebbe comunque la prima volta che una simile procedura verrebbe avviata nei confronti di un Paese membro. Non un primato di cui andare fieri. Ma cosa c’è dietro la cronaca? C’è la linea dell’accordo caldeggiata da Tria o quella dello scontro cavalcata da Salvini ma anche dall’altro vicepremier Luigi Di Maio che, con le regole europee, non è mai andato molto d’accordo? Lo scopriremo presto, diciamo in tempo per l’eventuale manovra correttiva. Ma intanto assistiamo ad un’ambiguità macroscopica. E non solo noi. Anche l’Europa e i mercati vedono la stessa ambiguità.

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Ambiguità che potrebbe essere strategia, come sostengono alcuni: “Una provocazione per alzare la posta nella trattativa con Bruxelles. Alzare i toni è solo una strategia negoziale” dice ad esempio Domenico Rizzuto di DR Finance Consulting. Un bluff quindi per alzare la posta e ottenere migliori condizioni prima di rimettersi in riga con le regole e con i partner continentali. E ambiguità che potrebbe essere strategia ma anche in un altro senso e prospettiva. Strategia cioè per arrivare alla rottura con l’Europa, uno scontro che come dimostrano fatti e votazioni recenti nelle urne paga.

Strategie per obiettivi diversi ma che in comune hanno il costo. Costo alto che rischia, se mal calcolato e considerato, di tramutare quella strategia in masochismo. Fare i duri con l’Europa è infatti una strategia che paga ed anche un modo comodo per scaricare le responsabilità. Ma il suo costo è quello fotografato dallo spread e dai tassi di interesse del nostro debito pubblico che, come si dice in gergo, ‘prezzano’ il rischio ridenominazione del nostro debito. Gli investitori cioè che devono comprare i nostri titoli e il nostro debito vorranno interessi maggiori per prendersi il rischio di vederseli rimborsare in una valuta diversa dall’euro.

Un costo che il Sole24Ore prova a calcolare, e il conto è alto: 13 miliardi nel triennio 2018-2020. Cifra a cui si arriva basandosi sulle quotazioni dei credit default swap, i derivati che assicurano un investitore sul rischio default sul debito pubblico italiano. Sui mercati infatti ci sono due cds diversi: uno copre dal rischio ridenominazione, l’altro no. Il primo ha una copertura più ampia e prezza 220 punti base, l’altro non rimborsa in caso di ridenominazione e per questo ha un valore più basso: 134. La differenza tra i due valori, 86 punti, è il prezzo del rischio. Un prezzo che vale il 39% del totale. Riparametrato agli attuali valori del differenziale Bund-BTp una fetta del genere equivale a circa 100 punti di spread. Il che, stando alle simulazioni fatte dall’Ufficio parlamentare di bilancio è come dire 12,9 miliardi.