Berlusconi, Tremonti e il grande inganno delle tasse

Pubblicato il 1 Giugno 2011 10:19 | Ultimo aggiornamento: 1 Giugno 2011 11:31

Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti (foto LaPresse)

ROMA – Fare subito una riforma fiscale che non si limiti a semplificare ma che riduca le aliquote, ovvero abbassi le tasse. Poi, a giugno, fare quello che ci chiede con insistenza l’Europa: una manovra da almeno 40 miliardi di euro con risorse tutte da inventare e tagli tutti da scoprire. Qualcosa, evidentemente, non torna: al tavolo del governo c’è qualcuno che bluffa. L’indiziato numero uno è il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che promette di alleggerire il peso del fisco ininterrottamente da 17 anni. Lo fa prima di ogni vittoria e dopo ogni sconfitta. Lo dice e fino a oggi non l’ha fatto. Lo ripete ostinato e convinto oggi che dovrebbe sapere che non si può fare.

I fatti dicono che Berlusconi, incassata la sconfitta elettorale, reagisce gridando ai quattro venti che con Umberto Bossi va d’amore e d’accordo e annunciando una grande riforma delle tasse. I cronisti che lo ascoltano corrono subito col pensiero a Giulio Tremonti, il ministro del rigore, dei conti a posto a tutti i costi e dalla borsa ben chiusa. Berlusconi, però, è netto: “Tremonti propone, non è che decide”.  Passano pochi minuti e Berlusconi, forse consigliato,  innesta  la (parziale) retromarcia: ”Vengo avvertito di tentativi di polemica su una mia risposta del tutto ovvia ad una domanda dei giornalisti. Riconfermo piena fiducia nel Ministro Tremonti e sono sicuro che continueremo a lavorare bene insieme come abbiamo fatto sino ad adesso”.

Come potranno lavorare insieme, viste le premesse, sembra difficile a dirsi. Da un lato c’è un presidente del Consiglio che dopo una sconfitta che potrebbe essere l’inizio di un’agonia politica promette qualcosa che è contrario ad ogni elementare legge economica. Il Berlusconi post amministrative, infatti, non vuole solo abbassare le tasse. Vuole farlo senza tagli alla spesa pubblica: “Non faremo comunque come fanno in altri Paesi” dove, per ridurre la pressione fiscale “toccano le pensioni e il pubblico impiego”. E’ il vecchio adagio della botte piena e della moglie ubriaca o, per parafrasare i manifesti delle prime campagne elettorali del premier, la riproposizione a distanza di quindici anni del “più tutto per tutti”. Peccato che sia un inganno. E non perché Berlusconi sia cattivo: semplicemente, la ricetta proposta da Berlusconi è impossibile, a meno di considerare l’eventualità del default e dell’uscita dall’Unione Europea come scenari praticabili. Dall’altro c’è un ministro dell’Economia che, fino ad oggi, ha sempre scelto il rigore anche a svantaggio della crescita. Un ministro che garantisce certi equilibri e che, con Berlusconi accantonato, potrebbe puntare a qualcosa di più che a un semplice ministero.

La domanda, però, è un’altra: Berlusconi mente sapendo di mentire per una qualche strategia politica consapevole, oppure, trascinato a fondo dall’inizio della fine ha oramai inconsapevolmente cominciato a mentire anche a sé stesso? Il presidente del Consiglio sembra vittima di una  sorta di ossessione da consenso perduto che lo porta a trascurare le più elementari regole dell’economia e a promettere ciò che è impossibile da mantenere. Le elezioni amministrative di Milano, però, hanno mostrato un dato nuovo: gli elettori iniziano a dubitare dei bluff. Non hanno votato Letizia Moratti a Milano nonostante le promesse su Ecopass e multe, non hanno votato Gianni Lettieri nonostante le promesse sulle case abusive.