Atene come Weimar, Roma e Madrid in apnea: in attesa di Merkhollandia

Pubblicato il 16 Maggio 2012 10:37 | Ultimo aggiornamento: 16 Maggio 2012 10:43

ROMA – I rendimenti dei titoli greci sfondano la quota assurda del 30%, lo spread Atene-Berlino arriva a 2.878 punti base.La Spagna corre il rischio di non avere più accesso ai mercati per finanziarsi. E’ lo stesso primo ministro Mariano Rajoy a dirlo: ”Al momento c’è un rischio concreto di essere tagliati fuori dai mercati, oppure dover pagare tassi astronomici”. L’Italia, al momento dell’annuncio spagnolo, vede il differenziale tra i suoi Btp e il bund tedesco attestarsi attorno ai 450 punti. Questo il clima europeo all’indomani della prima presa di contatto tra il socialista Hollande e quell’Angela Merkel che prima che fosse eletto nemmeno lo aveva voluto vedere.

Non poteva che essere interlocutorio il primo attesissimo incontro. Il collaudato motore europeo, l’asse franco-tedesco, è al momento ai box: il vessillo della crescita innalzato da un Hollande intento a scavalcare il muro dell’austerità eretto dalla Merkel è l’immagine che più fa presa su un’opinione pubblica europea spaventata e attonita, ma realisticamente l’una dovrà conciliare l’altra, una sintesi si impone. Da questo punto di vista la novità maggiore, segnalata da Bernardo Valli su Repubblica, è che, nonostante liti, incomprensioni, impasse, il dialogo continua: “è l’annuncio che la politica riprende”.

Quella politica cioè che sembrava emarginata, spodestata dal peso delle burocrazie bancarie, comunitarie: ora sono gli equilibri politici così come stabiliti dalla volontà popolare che indirizzeranno le scelte. E’ la volontà dei due statisti che sostiene le speranze della Grecia di poter rimanere nell’euro, nonostante tutti gli indicatori economici dicano il contrario e le istituzioni, gli Stati, le banche si siano già impegnate a disegnare gli scenari più catastrofici.

Francois Hollande non ripeterà allo sfinimento “crescita, crescita”: lo farà, certo, fino almeno alle elezioni per rinnovare l’Assemblea nazionale il 10 e il 17 giugno. Una sconfitta significherebbe coabitazione con un primo ministro di destra, la sua linea pro-crescita verrebbe automaticamente indebolita, dovrebbe contrattare in Parlamento ogni decisione. Angela Merkel sa che l’Europa “socialmente ferita […] ha trovato nel presidente socialista un difensore”. Un compromesso sarà obbligatorio. Francois Hollande dice che non ratificherà il fiscal compact così come è stato pensato? Dovrà fare molte concessioni perché se ne discuta. La crescita, secondo la lezione tedesca, si ottiene con le riforme strutturali, con il rigore dei bilanci, con il taglio della spesa pubblica. Ci vogliono tutte le misure immaginabili per la crescita sul tavolo, subito, ripete Hollande: anche gli eurobond, cioè investimenti, euro sul piatto per sostenere l’economia.

Intanto all’Eurogruppo il negoziato sulla crescita continua, in attesa che i pesi massimi finiscano di studiarsi, rispettosamente, cordialmente, confidando che Merkel-Hollande possano continuare la tradizione gloriosadei De Gaulle-Adenauer, dei Mitterand-Kohl. Ma mentre la periferia aspetta, la preoccupazione aumenta: Mario Monti teme che il “suo” piano di crescita venga oscurato dalla nuova emergenza greca. Lui auspicava interventi strutturali e complessivi, una potenza di fuoco concentrata sull’obiettivo e non frammentata in mille interventi singoli: fondo salva stati più solido, eurobond e Bce sul modello Federal Reserve, che aiuta l’economia e non fa solo il cane da guardia alla valuta.

Si è accorto, Monti, che la sua proposta di Golden rule e della moratoria sui debiti della Pubblica Amministrazione fino a giugno è quantomeno accantonata: scorporare gli euro messi a disposizione della crescita dal conteggio di deficit e debito adesso non si può fare. Meno ambizioso ma più praticabile, è il ridimensionamento della Golden rule immaginato da Monti che potrebbe convincere i duellanti Merkel-Hollande. Una mini Golden rule la chiama Alberto D’Argenio sempre su Repubblica: “se, per esempio, l’Italia spenderà per un progetto che farà salire dello 0,2% il suo Pil, potrà sottrarre questi due decimali al pareggio di bilancio previsto per il 2013: non dovrà portare il deficit allo 0,5% ma allo 0,7% aspettando dei suoi investimenti”.