Guerriglia in strada e soldi in fuga: caos Grecia. E la Ue è ancora nel tunnel

Pubblicato il 15 Giugno 2011 21:00 | Ultimo aggiornamento: 15 Giugno 2011 21:02

ATENE – In strada è allarme rosso e i conti pubblici sono in profondo rosso: la crisi greca torna a far rumore e paura all’Europa. Non di semplice rigurgito si tratta: anche quando i giornali (italiani) ne hanno parlato meno la Grecia è rimasta là, sull’orlo del baratro tra proteste e scioperi che la paralizzano ogni giorno, discussioni su una presunta ristrutturazione del debito che secondo la Bce farebbe più danni che benefici, e debolezza di un governo che vorrebbe ma non può.

Giovedì 15 giugno l’allarme suona quasi contemporaneamente in quattro zone diverse e la giornata greca (ed europea) si trasforma in un calvario. Ci si mettono, contemporaneamente o quasi, la piazza, la Banca centrale Europea, il governo e soprattutto l’agenzia di rating Standard & Poor’s. L’ultimo allarme, quello meno visibile, è quello che fa  più paura. A vederlo distrattamente è solo l’ennesimo taglio di rating (da “B” a “CCC”) quello di quattro banche,  la National Bank of Greece, Efg Eurobank Ergasias, Alpha Bank e Piraeus Bank.  A leggere con attenzione il perché invece viene da riflettere: “Pesano – spiega l’agenzia di rating –  i deflussi dei depositi bancari da parte dei correntisti greci, che potrebbero intensificarsi”. Significa che in Grecia chi ha i soldi sui conti correnti li sta facendo andare all’estero e che le banche locali hanno un debito definito “altamente speculativo”. I soldi, insomma, scappano dalla Grecia e le banche rischiano di chiudere da un momento all’altro. Con conseguenze, al momento, ancora tutte da prevedere.

La cronaca della giornata greca racconta invece di un’Atene paralizzata dall’ennesima giornata di sciopero scontri: sassi e yogurt contro la polizia, sassi lanciati da chi non vuole in nessun caso la macelleria sociale. L’alternativa è la bancarotta ma ricordare cosa sta succedendo ai greci giova:  tredicesima e quattordicesima cancellate dalla busta paga dei dipendenti pubblici, e “gentile” decurtazione dello stipendio. Non solo: assunzioni bloccate nella pubblica amministrazione, liberalizzazioni sfrenate in diversi settori e aumento della pressione fiscale (Iva dal 21 al 23% lo scorso luglio), anche sui ceti più deboli. Cura da cavallo che può forse far sopravvivere il malato Grecia ma che promette di ridurre in miseria o quasi decine di migliaia di greci.

Nel pomeriggio il premier socialista George Papandreou sbotta e si dice pronto a dimettersi. Serve un governo di unità nazionale e Papandreou ha detto che in caso di governo che appoggi il piano di aiuti Ue sarebbe pronto a un passo indietro. Neppure questa strada, però, è agevole. Parte dell’opposizione greca, infatti, vuole trattare con Europa e Bce, negoziare condizioni diverse e meno dure, per ottenere gli aiuti. Strada utopistica perché la Bce  ha fatto chiaramente capire che da questa strada non si passa. L’Europa sugli aiuti alla Grecia rimane sostanzialmente divisa: da un lato c’è la Germania che apre alla ristrutturazione del debito, dall’altra parte c’è la Bce che insiste per la linea dura, quello dello stringere la cinghia perché ristrutturare oggi comporterebbe più rischi che benefici.

Per completare il quadro, come se non bastasse, la Bce proprio giovedì diffonde il suo bollettino semestrale, bollettino inquietante  in cui parla di stabilità finanziaria della Ue a rischio. Nel mirino dell’Istituto finisce la “stretta interconnessione” fra i il settore pubblico e le banche.  Queste ultime, infatti, hanno ampie fette di titoli di Stato periferici in portafoglio: per la Bce si tratta di una situazione che rappresenta  il rischio principale per la stabilità finanziaria nell’area euro e che ha ”il potenziale percreare effetti di contagio”. Secondo il rapporto, che la Bce pubblica ogni sei mesi, le difficoltà per la messa in pratica del risanamento della Grecia sono aumentate rispetto all’ultima Financial Stability Review dello scorso dicembre. Tuttavia c’è anche uno sviluppo positivo dato dal rafforzamento della fiducia in ”altri Paesi dell’area euro che avevano mostrato alti rendimenti dei titoli governativi”, grazie non solo agli sforzi di risanamento bancario ma anche al rafforzamento dei fondamentali economici e di bilancio.