Il Burro non pagato da Gheddafi: pignorabili i beni della Libia. E Unicredit…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 Maggio 2015 8:43 | Ultimo aggiornamento: 13 Maggio 2015 8:43
Il Burro non pagato da Gheddafi: pignorabili i beni della Libia. E Unicredit...

Il Burro non pagato da Gheddafi: pignorabili i beni della Libia. E Unicredit…

ROMA – Basta una partita di burro non pagata per stabilire il principio generale che i beni della Libia possono essere pignorati. Lo stabilisce una sentenza del Tribunale di Saluzzo (Cuneo) con una sentenza passata in giudicato che spaventa Tripoli e la banca Unicredit.

Una vicenda, quella raccontata da Mario Gerevini per il Corriere della Sera, che inizia oltre 10 anni fa, nel 2001. Al governo in Libia c’è ancora Gheddafi e tra le tante aziende italiane che con la Libia fanno affari c’è la Inalpi (gruppo Ivernizzi) che vende a Tripoli una mega partita da 3 milioni di burro. La Libia prende il burro e all’inizio non paga. Il credito sale a 5 milioni. Spiega Gerevini

Il committente era la General Dairies and Products company (Gdp), creata dal governo di Tripoli negli anni 70 per centralizzare l?importazione e commercializzazione dei prodotti lattiero-caseari. Partecipando ai bandi l’Inalpi si era aggiudica una fornitura molto rilevante: 7-8 milioni annui di burro, sia per uso comune che come base per fare il latte.

Solo che Libia non paga e fa capire che non ha intenzione di pagare a meno di non far transitare tutto su un conto svizzero. Invernizzi rifiuta e la querelle va avanti fino a quando Gheddafi cade e viene ucciso dagli insorti. Il resto è tutto in Tribunale. Ancora Gerevini:

A oltre dieci anni dai fatti, nel 2013 il tribunale di Saluzzo (Cuneo) con una sentenza passata in giudicato condanna la Gdp a pagare l?Inalpi. Il problema è che la società libica nel frattempo è sparita: liquidata e chiusa. (…) una sentenza che in sostanza dice: la Gdp era un?emanazione dello Stato libico il quale perciò è tenuto al risarcimento dei danni. E così tra gennaio e maggio 2015, pur con la loro modesta pretesa da 5 milioni, gli Invernizzi puntano dritti verso Piazza Affari (Unicredit, Finmeccanica, Juventus, Eni) e i conti bancari (Unicredit, Intesa, Bnp Paribas, Credit Agricole, Banca Ubae, Abc International Bank)) perché è il patrimonio libico in Italia che va «attaccato». Unicredit per prima perché è la partecipazione più rilevante (oltre il 4%) e notoria, dichiarata ufficialmente alla Consob per il 2,9%, in capo a organi statali come la Central Bank of Libya e sue emanazioni e poi Unicredit distribuisce il dividendo. Pignorare le azioni è però un labirinto senza uscita perché di fatto, secondo gli avvocati, non si sa dove sono depositate. Ma il dividendo lo paga Unicredit e i libici ne incassano per il corrispettivo di alcune decine di milioni. Agli Invernizzi ne bastano cinque e proveranno, attraverso il tribunale, a costringere Unicredit a bloccare il dividendo dei libici e farsi pagare finalmente quel burro del 2001