Ilva chiude il 6 settembre. Di Maio ce l’ha quasi fatta. Verso una Bagnoli bis

di Lucio Fero
Pubblicato il 27 Giugno 2019 8:09 | Ultimo aggiornamento: 27 Giugno 2019 9:18
Ilva Taranto chiude il 6 settembre. Di Maio ce l'ha quasi fatta. Verso una Bagnoli bis

Ilva chiude il 6 settembre. Di Maio ce l’ha quasi fatta. Verso una Bagnoli bis (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Ilva chiude il 6 settembre, il 6 settembre! Praticamente domani. Lo ha detto, lo ha annunciato in pubblico il vertice di Arcelor Mittal, la società che ora gestisce Ilva. Lo ha detto chiaro chiaro ma non sembra che il sistema della comunicazione italiana (giornali e tv e social ipnotizzati da Sea Watch e dintorni) e la pubblica opinione abbiano capito altrettanto chiaro chiaro. Allora diciamolo così: il 6 settembre restano senza lavoro tra gli undicimila e i quindicimila italiani (dipendenti e indotto Ilva). Il 6 settembre vanno in carico allo Stato, in carico senza lavoro. E il 6 settembre se ne vanno cinque miliardi di euro di investimenti di Arcelor Mittal su Ilva.

Perché? Perché Di Maio ce l’ha quasi fatta a chiuderla Ilva. Due giorni fa, solo due giorni fa Di Maio calato a Taranto ha annunciato alla stampa e al popolo: “Caso risolto”. Più che risolto, chiuso. Le conseguenze della soluzione Di Maio sono state immediate: la proprietà annuncia che smonta baracca e burattini e arrivederci Italia, bellissimo non è stato.

Di Maio inteso come M5S ha voluto, fortemente voluto un testo di legge dove si legifera appunto per cancellare ciò che era stato concesso ad Arcelor Mittal all’interno del patto complessivo di acquisto-cessione dell’Ilva. Ilva che negli anni ha inquinato, di qui possibili responsabilità penali e civili. I nuovi proprietari (Arcelor Mittal) per entrare hanno chiesto e ottenuto immunità. Cioè di non essere perseguiti civilmente e penalmente per gli eventuali reati di prima del loro arrivo e anche per quelli del durante la prima fase della loro gestione. Perché l’inquinamento non cessa al momento stesso del passaggio da una proprietà all’altra e lo stesso risanamento ambientale degli impianti è un processo lungo nel tempo, tempo durante il quale, pur se stati risanando, attività inquinanti possono continuare ed essere riscontrate.

M5S, pressato da una base favorevole ad una chiusura di Ilva senza se e senza ma, ha fortemente voluto la cancellazione di questa immunità. E allora Arcelor Mittal ha fatto i suoi conti e ha fatto sapere che a queste condizioni Ilva la chiude e caro Stato italiano ripigliatela tu. Manager sotto processo, sentenze che sentenziano indennizzi, blocco e sequestro di parti degli impianti a seguito di futuri esposti ed inchieste…Se è così il 6 settembre Arcelor Mittal chiude Ilva.

Lo può fare, anche se Di Maio e più di mezza Italia non ci crede. Lo può fare perché Arcelor Mittal ha in affitto Ilva, paga 15 milioni al mese. Ne diventa proprietaria solo nel luglio del 2021. Certo nel contratto c’è obbligo di acquisto. Ma c’era anche l’immunità. Se modifichi il contratto, non ne puoi esigere l’esecuzione. E poi perché Ilva non è che vada oggi alla grande, anzi lavora in perdita, chi dice addirittura un milione al giorno. Ilva insomma vale la pena se puoi investire e programmare a lungo termine. Altrimenti, qui e oggi, Arcelor Mittal potrebbe anche cogliere la palla al balzo per mollare.

E infatti molla il 6 settembre se Di Maio e il governo italiano non mollano sul punto dell’immunità. La proprietà è stata chiarissima: “A queste condizioni si chiude”.

Se Arcelor Mittal se ne va, che succede all’Ilva e a Taranto? Secondo la narrazione M5S Ilva diventa parco della scienza o qualcosa del genere e Taranto diventa città finalmente libera dall’inquinamento. Pensa a tutto lo Stato: a riqualificare, cambiare la fabbrica, non più acciaio da produrre, non più produrre perché produrre ammala. Lo Stato demolisce, ricostruisce, pianifica, inventa. Nel frattempo sostiene economicamente le migliaia di senza lavoro che un lavoro prima o poi lo ritroveranno nella una volta acciaieria e domani un’altra cosa non proprio precisamente delineata, ma comunque non fabbrica, tanto meno altoforno.

Secondo l’esperienza consolidata, secondo forze e comportamenti verificati e verificabili della mano pubblica e della cosiddetta società civile accade invece qualcosa d’altro: il qualcosa lo si può vedere a Bagnoli. Bagnoli dove la dismissione di Italsider si è tradotta in una riconversione in ruderi industriali mai sanati e mai resi di nessuna utilità. Ovviamente spendendoci sopra un sacco di soldi pubblici.

Di Maio ha già fatto sapere che “non accetta ricatti”. M5S non può mollare sulla sua voglia, congenita, di chiudere Ilva. Salvini fa più o meno scena muta, ha fatto sapere che lui l’immunità non l’avrebbe cancellata, fa sapere che non sta con Di Maio, ma non muove una foglia lui che di solito è tutto uno stormir di fronde di un intero bosco. Se Ilva chiude il 6 settembre finisce l’acciaio italiano. Su Ilva varrebbe la pena di farci una crisi di governo, se Salvini fosse davvero quello che gli elettori e la stampa immaginano sia Salvini.