Ilva, non solo Taranto. 20 mila lavoratori a rischio. Può costarci 8-9 mld

Pubblicato il 27 Novembre 2012 9:10 | Ultimo aggiornamento: 27 Novembre 2012 9:40

 

Ilva, non solo Taranto. 20 mila lavoratori a rischio. Può costarci 8-9 mld

Ilva, non solo Taranto. 20 mila lavoratori a rischio. Può costarci 8-9 mld (LaPresse)

TARANTO – Chiude l’Ilva di Taranto, almeno 20 mila lavoratori tremano in tutta Italia: sono non solo gli operai di Taranto, ma anche quelli degli altri stabilimenti italiani, nonché tutti i lavoratori dell’indotto. E può costare all’Italia qualcosa come una cifra compresa tra 8 e 9 miliardi di Euro. Ovvero lo 0,5% di Pil. E sarebbe un “regalo” alla Germania, che ne approfitterebbe per diventare il maggiore esportatore di acciaio in Europa (anche verso l’Italia).

Il gruppo Ilva è il quarto colosso siderurgico in Europa. Quindi la sua chiusura colpirebbe direttamente i lavoratori (e le loro famiglie) che perderebbero i propri posti. Ma colpirebbe indirettamente anche coloro che lavorano nei settori strettamente collegati alla produzione delle fabbriche Ilva.

Stabilimento occupato a Taranto

Dopo Taranto, infatti, rischiano, a cascata, i circa 2.500 lavoratori degli stabilimenti Ilva di Genova, Novi Ligure e Marghera per un totale di 7.500 lavoratori, oltre il 20% degli occupati nel settore dell’acciaio in Italia.

Tanto per intendersi, la mattina del 27 novembre gli operai di Taranto hanno trovato all’ingresso i propri badge disabilitati.

Gli operai, allora, hanno indetto sciopero immediato e hanno occupato la direzione dello stabilimento.

E gli operai di Genova si sono subito mobilitati: una parte è partita in corteo verso l’aeroporto Cristoforo Colombo, mentre gli altri hanno occupato la direzione dell’impianto.

I numeri

Enrico Marro sul Corriere della Sera spiega quanto costerebbe all’Italia (quindi a tutti noi) la chiusura dell’Ilva in termini economici. Bisogna partire dalla produzione e dall’indotto: Degli 8 milioni di tonnellate circa 5 sono andati a rifornire il mercato nazionale, da colossi come Fiat e Fincantieri alle piccole imprese dei distretti metalmeccanici. Tre milioni di tonnellate, invece, sono state esportate, la gran parte, 2,5 milioni, in Europa.

Questo tra l’altro darebbe una spinta notevole alla Germania, che ne trarrebbe un doppio vantaggio: non solo dovremmo andare a comprare da loro l’acciaio, ma i tedeschi diventerebbero i leader dell’esportazione siderurgica in Europa.

Ma la chiusura dell’Ilva provocherebbe una reazione a catena le cui proporzioni forse non sono ancora chiare. Marro cita i dati forniti da Federacciai: Se l’Italia dovesse importare i 5 milioni di tonnellate di acciaio che ora prende da Taranto, l’esborso verso l’estero oscillerebbe tra 2,5 miliardi e 3,5 miliardi, dipende dalle condizioni di prezzo e dalla congiuntura. Stessa cosa vale per le esportazioni, dove si perderebbero tra 1,2 e 2 miliardi di euro. Il danno per la bilancia commerciale andrebbe da un minimo di 3,7 miliardi a un massimo di 5,5 miliardi. A questi si devono aggiungere fra 750 milioni e 1,5 miliardi che gli attuali clienti dell’Ilva dovrebbero sopportare di maggiori costi per la logistica e gli oneri finanziari. Un altro miliardo andrebbe considerato per gli ammortizzatori sociali e 250 milioni per il calo dei consumi conseguente al tracollo dei redditi in tutta l’area di Taranto. Totale, appunto: minimo 5,7 miliardi, massimo 8,2 miliardi.

Il conto finale è da brividi: Federacciai-Confindustria la perdita economica a livello nazionale sarebb.e compresa tra 5,7 miliardi e 8,2 miliardi di euro. Ovvero mezzo punto di Pil