Case e risparmi, primi nel mondo, ma è la ricchezza degli immobili

di Warsamé Dini Casali
Pubblicato il 19 ottobre 2011 12:11 | Ultimo aggiornamento: 19 ottobre 2011 12:41

ROMA – Siamo un popolo di risparmiatori e proprietari di case. Questa combinazione di fattori consente all’Italia una ricchezza media nettamente più alta che in Germania, Regno Unito, Spagna, Canada e Stati Uniti, in una classifica guidata da Svizzera, Australia e Norvegia. Lo sostiene un rapporto sulla ricchezza globale (Global Wealth Report 2011) stilato dal Credit Suisse. Com’è possibile, non eravamo il Paese del debito, la zavorra d’Europa, l’anello debole che saltando avrebbe innescato uno tsunami recessivo avvertibile da Washington a Pechino?

Confrontiamo i dati: in media la ricchezza pro-capite italiana nel 2011 è di 211 mila dollari. Molto più elevata della Germania, ferma a 163 mila dollari, del Regno Unito, 197 mila dollari, Spagna, 104 mila dollari, Canada, 190 mila dollari, Stati Uniti, 181 mila dollari. Quanto a ricchezza globale, Francia e Germania sono avanti a noi solo perché nazioni più popolose (14 miliardi $ e 13,4 miliardi $ contro i nostri 12,7). Con 24mila dollari pro capite di debiti, siamo anche i meno indebitati del G7, davanti a tedeschi (33mila), francesi (41mila), britannici (54mila), statunitensi (50mila), canadesi (60mila).

In quanto alle case, negli ultimi dieci anni, la percentuale di italiani proprietari di immobili è passata dal 52,7% al 62,2%. Senza considerare i minori d’età significa che il tasso di proprietà ha superato l’80%. Questa tendenza a investire nel mattone  segnala anche un altro talento nazionale, per così dire, la capacità di fiutare il pericolo, di avvertire in anticipo i segnali di crisi. Grazie anche ad un atteggiamento prudente e conservatore, secondo il rapporto del Credit Suisse, le perdite finanziarie dovute ad asset di mercato sono state relativamente basse, in confronto con quanto successo altrove. La tradizionale propensione al risparmio e l’avversione a contrarre debiti troppo alti, fa sì che l’esposizione agli effetti della crisi sia stata minore. Dal 2000 al 2011, infatti, la percentuale di chi controlla asset finanziari, siano essi bot o azioni, è notevolmente scesa, dal 47,3% al 37,8%.

Tutto bene quindi? Non esattamente. La storica ricchezza delle famiglie italiane (un dato quindi che non sorprende) è troppo sbilanciata sulle abitazioni: questo sottrae dinamicità ad altri tipi di investimenti, frenando naturalmente la crescita. In Francia e Germania la quota di investimenti in attività finanziarie o in fabbricati commerciali e produttivi è molto più elevata. Lo conferma un’analisi statistica: il capitale delle imprese posseduto dalle famiglie in Francia è del 30%, in Germania del 34%, mentre in italia è del 12%.  Questo spiega perché le imprese italiane siano spinte a indebitarsi di più. Questo significa, inoltre, che i risparmi vanno a vantaggio della rendita passiva più che a sostegno di un’economia produttiva.

A proposito di ricchezza globale: il Credit Suisse calcola anche che meno dell’1% della popolazione mondiale detiene il 38,5% della ricchezza globale. Sono 28,7 milioni gli adulti con patrimoni superiori a un milione di dollari. E nell’ultimo anno l’Europa ha sorpassato gli Stati Uniti per quota di milionari: il 37,2% vive nell’Ue contro il 37% in Usa. In Cina i super-ricchi hanno superato per la prima volta il milione e gli ”ultraricchi” con patrimoni oltre 50 milioni sono 5.400. Solo negli Usa ce ne sono di più (35.400). Secondo il Nobel Paul Krugman, spiace affermarlo, ma non esiste ancora un’evidenza matematica che metta in correlazione l’aumento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito e la crisi economica e finanziaria. “Spesso infastidisco le platee progressiste affermando che è probabilmente possibile raggiungere la piena occupazione producendo in larga misura beni di lusso per l’1% più ricco. Più uguaglianza sarebbe una buona cosa ma non, per quel che ne so, perchè ripristinerebbe la piena occupazione”: è questa l’opinione del punto di riferimento principe della sinistra americana sui temi economici.